Un “Furto della Madonna”. Non so con esattezza quando, suppongo nei primi mesi del 2026, (me ne sono accorto solo il 7-3-26 e a novembre 2025 c’era di sicuro), ma è stata rubata una mia Madonnina a sbalzo al Cimitero Maggioredi Milano. Era sul monumento funebre degli zii Ilde e Michele. Mi sono sentito proprio colpito con violenza gratuita a livello affettivo. Ma perché un simile gesto di sfregio e profanazione? Per il valore dell’opera? Ma mi faccia il piacere! Che poveracci che ci sono in giro! Ho dovuto quindi rifarla e andare a ri-fissarla sulla lapide, perché non mi sembrava giusto che mancasse il segno della protezione di Maria nel luogo del loro riposo in attesa della Resurrezione.
La lapide profanata “spoglia”. In alto a dx i 4 fori lasciati
Se c’è una cosa per me insopportabile è rifare cose già fatte
Pazienza! Fortunatamente in archivio avevo l’immagine di partenza per eseguire lo sbalzo uguale al precedente. Poichè era evidentemente più piccola di quella già realizzata, mediante le foto che mostravano in background il piano millimetrato da taglio, recupero le dimensioni originali. Poi devo fare comunque un sopralluogo per segnare su una dima di carta in misura le posizioni dei buchi esistenti nella lastra di marmo, che il marmista (non era stato nè molto preciso, né molto furbo) aveva riempito di silicone per fissare lo sbalzo con le 4 “spine” sul retro.
Ora ho tutti gli elementi per cominciare
Con la dima forata e la stampa del disegno ho tutto ciò che serve per iniziare lo sbalzo che realizzerò, come il primo su lastra di alluminio. Solita procedura (con meno errori). Nella lastra di masonite del retro fisso i quattro vitoni autofilettanti che fanno da spine per il fissaggio. Il 30-3 lo sbalzo è terminato.
Posso anche finirla subito a smalto, ma prima…
Ragazzi, scottato da questa brutta esperienza penso di “pararmi le terga”, in caso di reiterazione del reato, facendo un calco in silicone per poter eventualmente ricreare ulteriori copie in resina della Madonnina, con meno sbattimento.
Non si può pensare che uno sbalzo di questo genere possa resistere, non dico alle intemperie perché la lapide è nei corridoi al coperto, (ma non al chiuso), ma quantomeno alla polvere, all’aria, ai malintenzionati o agli sbadati e quindi devo ricoprire il tutto, oltre che con una stesura di Macota 100, con uno strato spesso e solido di resina trasparente. Il tutto mi porta via altri tre giorni. Però il risultato ne valeva la pena.
Finita la resinatura; qui i bordi sono ancora da levigare
Il 2 Aprile lo fisso sulla lapide
Una volta terminato il lavoro mi reco al cimitero munito di mola per pulire bene i buchi dal vecchio silicone, scotch di carta, tasselli di polistirolo, mastice da marmista bi-componente, spatola e tavolozza per la miscela. Fisso la formella con le spine nei fori riempiti di mastice e attendo una ventina di minuti perché il mastice solidifichi. Ora dovrebbe essere a prova di deficienti e ladri. (Lo spero perché la specie dei deficienti, come quella dei ladri, evolve in continuazione…)
La formella tenuta in posizione mentre solidifica il masticeLa formella fissata sulla lapide degli zii. Pregate per noi!
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La prima copia in resina poliuretanica
Ragazzi, non stavo nella pelle! Dopo che ho realizzato il calco in silicone (come scrivevo sopra, perché non si sa mai come evolvono i deficienti) non vedevo l’ora di fare una prova con la nuova resina poliuretanica I-White di Resin-Pro che indurisce in 30 minuti e con i nuovi pigmenti in polvere 4EVER PIGMENTS di Reschimica, micacei e metallizzati che creano effetti meravigliosi, mescolandoli a piacimento tra loro
Resina e pigmenti usati per la copiaIl calco in silicone. Sul bordo a sinistra e in alto si vedono delle spennellate di pigmento. Il resto è stato inglobato nella superficie della resina colata.
La procedura per realizzare un calco in resina poliuretanica dallo stampo in silicone
Spennello per bene sullo stampo, in modo da non lasciare lacune, il pigmento in polvere (in questo caso ho usato una miscela di bianco-argento perlaceo della Abralux con un po’ di Serpens 4EVER. Preparo la miscela 1:1,1 di I-White (prima un po’ di pigmento oro solo nella A) e la verso nello stampo. Strepitosa (e poco controllabile, data la velocità) la solidificazione della resina. Appena solidificata incollo sul retro le spine per fissaggio (o in una cornice o su una lapide marmorea) e verso poi un secondo strato di resina a fissare il tutto. In breve la formella “sbalzata” è terminata.
La formella da poco sgusciata e con una prima stesura di smalto. E’ incredibile la sensazione metallica che sono in grado di rendere questi pigmenti!
Le fasi finali
Smaltatura terminata
Un passaggio di fissativo Macota sulla parte col pigmento perlaceo/metallico, smaltatura coi colori per vetro, valorizzazione dei tratti con velature di smalto nero…
Passaggio a forno della resinatura UV
… e protezione finale con resina UV in fornetto x unghie. Et voilà! Per ora incornicio ed è finita.
La richiesta di un’icona con lo stesso soggetto della prima Madonna di Gaza
Quando, il 17 maggio del 2025, Francesco e Fiorenza hanno acquisito la prima icona con questo stesso soggetto molto particolare (vedi il post: https://www.giancarlopaganini.it/2024/01/02/madonna-di-gaza-la-protettrice-degli-innocenti/ ), mi avevano anticipato che desideravano un’altra icona, con soggetto da definire, da regalare ad un sacerdote, don Gaetano, loro amico.
La prima originale “Madonna di Gaza”. (Quanto mi piaceva!!!)
Dopo qualche giorno mi hanno confermato che desideravano avere un’icona gemella, con lo stesso soggetto della loro. Io gli ho specificato che sarebbe stato impossibile farne una identica, tante sono le variabili che subentrano a determinare l’aspetto di una simile opera fatta a mano.
Copia originale 1b. Ok, si proceda!
Ok. Meglio, così: pur avendo lo stesso soggetto le due icone sarebbero comunque rimaste opere uniche ed originali. Al via, mi metto dunque all’opera, seguendo più o meno la stessa procedura di creazione della prima realizzazione. Mi fa un po’ disperare la fase di brunitura della lastra di ottone, tra macchie inspiegabili, segni e rifacimenti della stesura del miscuglio liquido nero.
Dopo un po’ di tentativi che non mi soddisfacevano e che peggioravano la situazione, ri-lavo finalmente tutto col diluente e ridistendo per l’ennesima volta la mistura alcoolica e all’ennesimo tentativo finalmente ottengo il risultato desiderato. Modifico di brutto l’aureola, smaltandola di giallo oro trasparente dopo averla sfrisata a raggiera, anche per differenziare ulteriormente il risultato finale. Per farla breve, il 26 maggio l’icona è pronta. Eccola:
Stesso soggetto, ma l’aspetto finale è assai diverso dalla numero 1, no?
La scelta di fondo e cornice
Segue una fase di proposta di fondo di velluto e abbinamento della cornice del quadretto. La scelta cade dapprima su un fondo blu scuro e una cornice tipo faggio chiaro. Poi opteremo per una cornice nera, più sobria e meno contrastante col fondo, col risultato di valorizzare ancora di più l’aspetto metallico splendente dell’icona.
Eccola terminata, con la nuova cornice nera, consegnata il 30 maggio.
Le altre copie in resina
La fase preliminare
Alla fine della fase di sbalzo della lastra di ottone di questa “copia originale 1b” decido, prima di terminare l’icona, di fare un calco in silicone per fare degli esperimenti di ulteriori copie in resina. Siamo intorno al 23 maggio del ’25. Costruisco un semplice cassaforma intorno allo sbalzo (già montato sul supporto di masonite all’interno) e vi colo il silicone liquido, che poi si rapprenderà riproducendo ogni minimo particolare del cesello.
Oltre al sottile strato di silicone dovrò poi colare uno strato di gesso per dare rigidità al tutto e poi inserire il sandwich ottenuto in un contenitore di cartone per tenere insieme le due parti staccabili, a registro. Ecco lo stampo che varrà per ogni ulteriore copia in resina:
Il calco in silicone nel contenitore di cartone. In origine era bianchissimo, qui lo vedete sporco di pigmento oro in seguito all’ultimo esperimento fatto.
Stesso soggetto – Copia 2
Una volta usabile, (devono passare almeno un paio di giorni per esserne sicuri), faccio una colata di resina trasparente “Liquidissima” di Resin Pro nella quale mescolo un bel po’ di pigmento oro per artisti (rispetto agli ultimi pigmenti acquistati è un po’ grossolano, ma va bene per un sacco di cose).
Evidentemente mescolo male gli ingredienti e soprattutto non riesco a debellare le maledettissime bolle d’aria che si creano in questa fase. Per la cronaca, un amico mi sta costruendo un pompa per il vuoto che dovrebbe essere risolutiva al riguardo. La mia soluzione di camera del vuoto ottenuta coi sacchetti del sottovuoto a cui applico il tubo dell’aspirapolvere non è evidentemente sufficiente. In questa occasione ne ho la prova più piena, ahimè! Cerco di ovviare all’effetto “buccia d’arancia” spruzzandola con una vernice acrilica color rame nel vano tentativo di turare i micro fori. Invano.
Col nero epossidico velo un po’ i contorni e alcuni particolari del volto e delle vesti. Neppure la successiva smaltatura con i colori epossidici risolve molto. L’unica cosa che succede è che i colori (vedi aureole) smuovono anche la sottostante vernice ramata… Vabbé… un tentativo ironico… Questa non la incornicio.
La copia 2 piena di difetti a buccia d’arancia. Peccato, perché di per sé non era affatto male.
Stesso soggetto – Copia 3
Sulla stessa base di partenza, cioè il calco di silicone, si basa il nuovo tentativo/sperimentazione della terza copia, la seconda in resina. Stavolta la colata non ha i difetti macroscopici della precedente. In questo caso decido di trattare il fondo dell’icona ottenuta a foglia d’oro, come si usa nelle icone bizantine. Quindi spalmo di “missione” adesiva il solo fondo e lo ricopro d’oro. Poi, a questo punto, sono costretto a dipingere le figure proprio al modo di quegli esempi, tenendo presenti i colori della foto della ragazza palestinese, con la differenza che le lumeggiature su incarnato e vesti non sono ottenute pittoricamente come nelle icone orientali, ma sono dovute unicamente al rilievo a sbalzo del modellato.
Insomma, è un po’ un ibrido, che non mi dispiace nonostante i toni molto scuri ottenuti. La incornicio, merita.
La copia 3 terminata a foglia d’oro.
Stesso soggetto – Copia 4
Stessa partenza della copia 3, ma questa volta, dopo aver visto un illuminante video su Youtube relativo alla creazione di “gioielli” in resina mediante l’utilizzo dei pigmenti metallizzati, voglio provare ad utilizzarli nel modo mostrato. Faccio prima delle piccolissime prove su oggettini minuscoli seguendo i suggerimenti del tutorial, poi mi lancio in quest’altra iniziativa.
Uno dei consigli era quello di utilizzare una resina nera o scura. Quella nera l’avevo finita sulle piccole prove, quindi mescolo pigmenti neri alla miscela, nella quale metto anche del pigmento oro per artisti. Ma prima, e qui sta il segreto, passo col pennello direttamente sulla forma di silicone, un nuovo fantastico pigmento dorato in polvere di Reschimica il “Dorado” della serie Chameleon. (Ne acquisto un bel po’ della incredibile serie!). Il risultato è davvero sorprendente! difficile dire che non sia una lastra di metallo, di ottone per l’esattezza.
Vista la delicatezza della superficie dorata (è veramente un velo impalpabile!) lo fisso con la beneamata vernice a spruzzo Makota 100 come fissativo e poi, sempre col nero epossidico vado a valorizzare contorni e particolari e quindi coloro le aureole. Lo incornicio poi con fondo di velluto grigio scuro e finitura legno simil faggio chiaro.
La copia 4, regalo di Natale per il caro Alberto S.Copia 4 incorniciata
In sintesi
Finora sono tre le copie in resina realizzate e conto, vista l’utilità di queste sperimentazioni tecniche, di cimentarmi anche in altre prove. Ecco quelle finora compiute:
Le prossime prove della serie meriteranno altri post ad hoc. Ciao!
Quasi dieci anni di gestazione. Dal sogno alla realtà, così un progetto di “arte sacra” molto desiderato finalmente vede la luce. Ma andiamo con calma, partendo dagli inizi.
Sì, si tratta di un calice sognato da molto tempo. Passione, morte e resurrezione di Cristo, questo il tema prescelto. I primi abbozzi di progetto che ho ritrovato nel mio archivio datano 2017, ma a questa cosa stavo già pensando da molto tempo. Immaginavo un calice interamente realizzato da me avvalendomi dei disegni tratti dalle Vie Crucis realizzate da mio papà, fatte però a sbalzo col mio stile, su una struttura portante che all’inizio mi era ancora sconosciuta quanto a forme e materiali.
Scorciatoia
(Premetto che se qualche lettore impaziente non ha proprio voglia di sorbirsi tutto il dannato testo di questo post per godere della vista del calice finito, può vederlo QUI a 360°).
Adesso che ve l’ho spoilerato andiamo avanti. Spero siate curiosi, come sempre.
L’idea è cresciuta nel tempo nella mia mente, da quando ho iniziato a documentare fotograficamente il lavoro di mio papà (2014) e a sistemare una prima stesura del suo archivio di disegni e progetti. A ciò si aggiunse, come motivazione personale, una cosa particolare detta da mia mamma Caterina durante una video-intervista realizzata per parlarci del lavoro di papà, argomento i suoi calici. “Il valore di questi suoi lavori era così alto che poteva solo offrirli a Gesù. Ed era un onore per lui pensare che lì dentro sarebbe stato contenuto il sangue di Cristo!” Però mio padre (che smaltava a gran fuoco la sovra-coppa di rame) si avvaleva normalmente per le strutture dei suoi calici dell’opera di valenti argentieri milanesi (Politi e Creperio in primis). Io, che non ne ho nessuno a portata di mano, mi bloccavo subito e l’idea, valutata da me immediatamente irrealizzabile, restava appesa alle nuvole eteree delle mie immaginazioni
Qualche progettino però, col tempo, l’ho messo giù
Già nel 2017, avevo cercato di mettere a fuoco un po’ di idee per realizzare il mio calice. Non intendevo peraltro ripetere le consuete (irripetibili e splendide) scene policrome di “Ultima cena” dei calici di mio papà. (Qui sotto un esempio bellissimo presente in Sant’Ambrogio a Milano e qui sul mio canale di Youtube una sequenza animata del suo calice di Viserba).
Calice a smalto di Ettore Paganini-(Sant’Ambrogio, Milano)
Anch’io, come la realtà, sono testardo…
Partendo dalla primitiva funzione 3D di Illustrator che avevo allora, ho buttato giù qualche ideuzza utilizzando, per il rendering della parte a sbalzo, qualche foto delle sue formelle di via crucis. (Infatti ho pensato che sarebbe stato molto interessante, teologicamente, mostrare sul calice qualche scena della passione, morte e resurrezione di Cristo. Più avanti nel post approfondirò e motiverò il tema.
Poi, nel 2020, frequentato online un corso elementare di Rhino, ho sviluppato ulteriormente l’idea. Pensavo di potermi stampare un modello 3D in plastica da decorare… ma forse la plastica sarebbe stata un po’ volgare e indecorosa, …ci sarebbe voluto sicuramente qualcosa di più prezioso. Ma comunque, da questi livelli primordiali, per giungere alla realizzazione finale, occorreva fare ancora tantissima strada e precisare misure, definire materiali, metodi, e quant’altro!
Progetti iniziali in Illustrator (2017) e Rhino (nel 2020)
2021: la rivoluzione della resina
Sembra già passato un secolo. Invece è solo del 2021 la mia scoperta delle resine. La mia prima colata importante è quella delle due copie della Copertina di Evangeliario fatta per la mia parrocchia di Gesù Buon Pastore (con la resina Art Pro della Resin Pro nel febbraio 2021): la 001 e successivamente la002 della “Pace del Buon Pastore”. A marzo 2023 invece mi cimento per la prima volta nella realizzazione della mia prima opera a sbalzo con uso finale della resina come strato protettivo e consolidante: è la famosa “Madonna della Resina”.
La “Madonna della resina” nella cassaforma di colata
La resina epossidica è la soluzione ideale!
Col tempo e l’esperienza che mi sono fatto sulle resine, mi sono man mano convinto che fossero la soluzione ideale anche per il problema strutturale del mio calice così a lungo sognato. Perché le resine possono essere modellate a piacimento, tornite, modificate, colorate, arricchite a piacimento di pigmenti metallici e micacei, lucidate. Insomma non stiamo più parlando di volgare plastica stampata in pressofusione o con le stampanti 3D. Ma di un prodotto artistico e artigianale (e la quantità di lavoro che richiedono- l’ho imparato a mie spese- ne nobilita la qualità): era quello che desideravo perché il materiale, alla fine, ha più a che spartire con le pietre dure che con il Moplen® dei catini.
Sì, ma dove sta il divertimento?
Uno, nel lavoro (specie quello creativo), deve anche divertirsi, se no, che diavolo di lavoro è? Vi svelo un piccolo segreto: una delle cose che mi divertono di più è partire da forme preesistenti, perlopiù “industriali”, che sono perfette, cioè studiate bene, per adattarle poi a quello che ho in mente. È un po’ l’idea del riciclo o, meglio, della trasformazione d’uso delle cose. Oramai è diventata quasi una fissa: vedo un oggetto e mi immagino cosa potrebbe venir fuori da quella forma. Dalla forma individuata e scelta creo uno stampo o un modello nel quale colare la resina e da lì parto per ottenere, per affinamento progressivo, ciò che desidero. (Più facile a dirsi che a farsi, non crediate che tutto fili sempre liscio. E questo racconto ne è la conferma).
Un pezzo grosso, tanto per cominciare
Per esempio, quando ho deciso di iniziare (senza saper bene dove sarei andato a finire), il pezzo del calice più importante da realizzare era chiaro che sarebbe stato necessariamente quello su cui avrei montato la striscia di ottone istoriato, giusto? Cioè la coppa. Che avrebbe dovuto essere così: 1) di forma perlopiù cilindrica (per evitare di dover seguire con la formella di ottone da sbalzare, curve tipo arco catenario, che mi avrebbero dato dei grattacapi). 2) di una certa dimensione: intorno a diametro 12 cm e altezza sufficiente ad accogliere la striscia (che non sapevo ancora di preciso cosa avrebbe rappresentato, quindi vado a spanne per ora). Di un certo spessore variabile, più sottile nella zona superiore e più spesso in quella inferiore, vicino al gambo. 3) Inoltre si poneva il problema di realizzare uno stampo cavo, con intercapedine (per contenere la coppa dorata che mi immaginavo dovesse essere realizzata in metallo dorato). 4) avrebbe dovuto essere il risultato di uno stampo sufficientemente rigido per non deformarsi durante la colata, ma anche sufficientemente elastico per poter sgusciare comodamente l’oggetto finale.
Ecco cosa ho appena descritto
Formatura della coppa in resina con stampo ottenuto da un flacone del Lysoform e una bottiglia in Pet dell’acqua minerale frizzante
Sì, avete letto bene: un flacone di detergente Lysoform tagliato ad una certa altezza, bucato in centro sul fondo in modo da poter allineare e centrare la parte sezionata di bottiglia in Pet dell’acqua minerale. Bottiglia riempita di gesso e capovolta (accorgimento essenziale per evitare deformazioni pazzesche dovute al calore della reazione dei componenti delle resine) tenute coassiali con dei distanziatori. Parti rivestite di distaccante liquido ceroso e poi… via! con la colata. (Se non mi ricordo male con la resina “Liquidissima” di ResinPro arricchita di fantastici additivi metallici e micacei “Sahara” e Oro ricco per Artisti).
Ovviamente prima ho fatto delle prove… e, meno male!
Ma almeno un prova l’hai fatta prima, o sei partito così,… o la va o la spacca? Quasi la seconda che hai detto. In realtà una timida provettina l’ho fatta sia per la colorazione che per testare i materiali. Ho preso un bellissimo bicchiere “flute” di plastica trasparente (quelli da rinfresco col gambo che si stacca) che mi sembrava ottimo per fare un pezzo del gambo del calice, l’ho spalmato di cera distaccante e gli ho colato dentro della resina (prima solo un po’ di trasparente per tenere in posizione una cannuccia di carta in verticale per avere la certezza della centratura del foro della vite passante che dovrà tenere insieme tutto il calice) poi, visto che mi sembrava ok, quando il trasparente ha finito la reazione, gli ho colato dentro la resina con gli additivi colorati. Passate 12 ore, avvenuta la reazione delle resine, vado a vedere… et voilà!, Che m… ehm, che orrore! Evidentemente il calore sviluppato dalla reazione del bicomponente ha sciolto il Pet.
Prova del gambo: flute sciolto e deformato
Ne deduco che occorre agire diversamente: passo allora ai calchi col silicone
Abbiamo appurato infatti che non tutti i materiali van bene per fare gli stampi. Anzi, praticamente nessuno all’infuori delle gomme siliconiche, che reggono le temperature delle resine, sono elastiche e facili da sgusciare. Che però costano assai e non sono poi così semplici da usare tra dosaggi di basi e catalizzatori, tra liquide (bianche) e in pasta (gialle) tra shore, ovvero rigidità diverse crescenti, da 5, (più elastiche), a 60 (rigidissime). Me ne procuro comunque una certa quantità e faccio uno stampo a partire dal tappo interessante di un flacone di Meritene che avevo conservato dai tempi dell’assistenza domiciliare a mia mamma.
Il calice sognato allora si sta già concretizzando, passo dopo passo?
Calma e gesso. Qui a seguire ecco un po’ dei calchi realizzati col silicone strada facendo. Alcuni andavano bene, altri sfornavano cose che invece, alla fine, non corrispondevano del tutto alle mie esigenze.
Calco dal tappo di Meritene per il nodo. Idea poi accantonata perché i nodi sarebbero risultati troppo grossi. Anche il colore era troppo simile al resto delle parti.Calco dal calamaio per il primo piede immaginato. Idea poi accantonata.
Questa del calamaio era una bellissima idea che mi ha portato via un’infinità di tempo per la realizzazione. Ma aveva molti difetti; uno su tutti: questo piede era troppo alto e lo stile troppo “barocco”. Per cui non mi convinceva del tutto e, alla fine, l’ho scartata.
Altri esempi di calchi in silicone e oggetti ottenuti
Partendo da un bicchiere, da una lampada led, da un tappo cilindrico, con un po’ di fantasia si possono vedere già altri oggetti contenuti nei primi, che si possono partorire in modo da adattarli alla composizione che man mano si va formando. Riporto qui tre esempi di queste metamorfosi.
Tre calchi in silicone e relativi oggetti ottenuti. I primi due sono stati accantonati
NB. Ogni oggetto di resina non esce dal calco già perfettamente formato, spesso anche nel silicone si formano bolle o imperfezioni, quindi l’oggetto ottenuto va tornito, modellato, messo in piano e lucidato (ma sono senza tornio, quindi mi devo arrangiare col trapano in morsa o con l’avvitatore). Quanto tempo esigono questi passaggi!!!
Ok, allora ripartiamo dalla coppa
Passo ora brevemente alle varie fasi di creazione delle parti del “Calice della Passione”, sognato da molto tempo.
La coppa (insieme con il “nodo Meritene” poi scartato) è stato il primo modulo che ho colato in resina. Mi ha subito colpito e affascinato la texture che i pigmenti metallici e micacei hanno creato nella mescola, come una specie di radica ottenuta dai moti convettivi delle particelle nella sospensione.
Particolarmente duro e poco affascinante, al contrario, il lavoro per liberare dallo stampo il manufatto. Infatti la bottiglia di Pet col gesso, nonostante il distaccante applicato, non ne voleva sapere di distaccarsi e ho dovuto eliminarla distruggendola molto faticosamente a colpi di sgorbia, martello e scalpello. (Detto tra noi il Pet è un materiale del Put).
Coppa sgusciata e nodo A
Comunque questo è veramente solo un semilavorato: sia la sagoma che la finitura esterna lucidata (ora in foto è ancora leggermente satinata) hanno richiesto ulteriore lavoro, ma almeno il primo passo era stato fatto!
Allora, su questa base, progetto e realizzo lo sbalzo
Ora, infatti, ho le misure della circonferenza e dell’altezza utile. Parto da opere di mio papà, tutte formelle di “Vie Crucis” di varia provenienza, intervallate da simbologie inerenti alla passione di Cristo.
PROGETTO SBALZO CALICE
Le prime due immagini sono smalti che provengono dalla cappellina della Scuola Cantori del Duomo di Milano (stazioni 01 e 04), la terza è un disegno di archivio (0522 – Crocifissione da Via Crucis 25,5×29,5.JPG). La quarta è la quattordicesima stazione della Via Crucis di san Martino a Greco (MI).
Perché proprio queste quattro immagini?
Innanzitutto perché su 14/15 stazioni della tradizione dovevo sceglierne per ragione di spazio solo 4 e allora ho dovuto chiedermi quali fossero le 4 più “significative” per me, quelle che secondo me sono i cardini della Via Crucis, che dovevano assolutamente comparire sul calice.
1) Gesù condotto in giudizio di fronte a Pilato. Il giudice dell’universo portato di fronte a un vile funzionario burocrate pagano per essere giudicato a causa del tradimento del suo popolo (e dei suoi amici e seguaci). Che umiliazione e che spogliazione! E noi, col nostro peccato, ogni giorno lo riconsegniamo al potere ostile (anche il nostro…) per essere condannato a morte, all’eliminazione. Quanti livelli di lettura ha questo episodio! Non basterebbero volumi interi per toccarne solo qualcuno…
Poi due stazioni molto tradizionali
2) Gesù incontra la Madre lungo la via dolorosa: Quale dolore, per obbedienza alla missione di salvezza affidatagli dal Padre, ha dovuto infliggere al cuore di Sua mamma! Si avvera la profezia del vecchio Simeone: “Una spada ti trafiggerà l’anima!” Come sembra contraddittoria questa salvezza che per attuarsi pare condannare all’annientamento l’affetto più caro.
3) Gesù muore in croce per i nostri peccati: Il patibolo più ignominioso dei romani, degno solo della feccia dell’umanità, vilmente inflitto al Re dei re, al Signore dell’universo. E i carnefici siamo sempre noi, che ci facciamo signori di noi stessi e del mondo. Schiacciando gli altri. Pretesa autonomia luciferina la nostra: Lui porta sulle sue spalle anche questa nostra libertà che lo rinnega e perfino l’apparente abbandono del Padre. Ma nel dono sovrabbondante della Sua vita per noi, offerta al Padre per amore della nostra felicità eterna, riannoda il rapporto col Padre e i fili e i legami con la Madre, con l’amico (la Chiesa), e con tutta l’umanità. Ciò che sembrava il principio della dissoluzione è in realtà l’inizio dell’unità. Grande mistero insondabile!
L’ultima (vera) stazione. Non è la fine ma il nuovo inizio!
4) Gesù risorge e vince la morte e il peccato: La vita e la speranza vengono ridonate al mondo. Ma non è un volgare film americano, la favola col lieto fine buonista. Il sacrificio necessario alla giustizia e alla giustificazione è reale. L’agnello è stato veramente immolato, il sangue tragicamente versato. La passione, avvenuta una volta per sempre in Cristo, continua nella storia nella passione delle membra del Suo corpo mistico. Ma la vittoria è già stata conseguita e il nemico è già stato vinto. “Dov’è, o morte il tuo pungiglione?” Il nulla, il male, non è più l’ultima parola. Di questo siamo testimoni. Per questo la Resurrezione non poteva mancare su questo calice (anche se questa scena non compare quasi mai nelle Vie Crucis tradizionali, che terminano con la sepoltura di Cristo).
Sbalzo e smalto della fascia in ottone
Il 3 ottobre 2024, dopo aver verificato lo sviluppo del disegno sulla coppa di resina, trasferisco il disegno stampato sulla lastra, iniziando la fase di sbalzo. Sono scene davvero minuscole, delle vere miniature!
Sviluppo del disegno sulla coppa e inizio del fregio sbalzato. In alto, il calice con elementi del gambo non definitivi.
Qui potete notare le dimensioni dello sbalzo e potete capire la difficoltà nel definire i particolari delle scene rappresentate.
Particolari e misure dello sbalzo
Smaltatura con simbologie a contrasto di blu e velature scure sulle scene
Terminata la fase di sbalzo passo a quella di smaltatura. L’idea è quella di stendere fondi blu scuri nelle fasce delle simbologie (Strumenti di tortura, corona di spine, chiodi, lancia). Poi riempire di rosso le gocce di sangue che separano le scene dalle fasce. Quindi fare leggere velature col nero trasparente, (che ancora non si è raggrumato come gli altri smalti per vetro Glas della Marabu), nella parte di fondo inferiore delle scene, in modo da far emergere al massimo le figure per contrasto.
Dovrà risultare una cosa preziosa, pacata e non pacchiana. Siamo al 22 ottobre e questa è la documentazione del risultato.
Sbalzo smaltato e passato successivamente in forno per fissarlo
Un nota bene
N.B. Prima di smaltare, in vero, avevo fissato la lastra sbalzata alla coppa e fatto i forellini passanti per i chiodi di fissaggio, sia nella lastra che nella coppa. L’idea, infatti è che la lastra col fregio andrà sia incollata alla coppa con Attack gel, che fissata con chiodini di ottone a testa tonda. Alla fine della smaltatura spalmo il retro con colla da montaggio per riempire di materiale sufficientemente resistente alla compressione le cavità createsi con lo sbalzo.
Poi, una volta asciugata, ficco il tutto in forno per consolidare la smaltatura. Infatti non so ancora come reagirà la superficie smaltata al rivestimento protettivo di resina UV ed è meglio prevenire che curare (eh, sì, dovrò adottare per forza questa soluzione, perché dovrò stendere la resina sulla superficie curva di ogni scena della lastra già fissata alla coppa e ho bisogno che solidifichi in brevissimo tempo per evitare colature laterali…).
Ferma nel cassetto
Una volta terminata la lastra smaltata la ripongo in un cassetto, al sicuro. La tirerò fuori solo quando la monterò sulla coppa, a struttura del calice terminata, per poterla resinare, cosa che avverrà solo l’8 agosto del 2025.
Proseguo con le forme della struttura
Dal 22 ottobre 2024 ad agosto 2025, quando ho del tempo e buone idee e qualche forma valida a disposizione, porto avanti la formatura dei vari pezzi del calice (non mi corre dietro nessuno, non ho la commissione da nessuno): il nodo coi lapislazzuli che ho mostrato precedentemente, i piattelli del piede (in totale ne definisco 3), le parti del gambo (alla fine risulteranno vincenti i due semiconi stondati che prendono origine da una lampadina led smontata da cui ho fatto un calco siliconico).
Nel frattempo però modifico la sagoma della coppa stondando meglio la parte inferiore che mi sembrava troppo squadrata e rigida.
Modifica del profilo coppa (16-11-24) e poi ritocco con lucidatura del 28-11-24. N.B.: Nella foto tutte le parti del gambo e del nodo verranno eliminate a favore di altre più consone e proporzionate.
Ma, l’interno in argento o altro metallo dorato della coppa chi lo farà?
Solo una persona può venirmi incontro, come ha già fatto altre volte, per risolvere questo che non è un problema da poco: tornitura e formatura dell’interno coppa in metallo e successiva doratura: mio fratello Francesco naturalizzato fiorentino.
Approfitto della sua rimpatriata milanese per Pasqua per affibbiargli il gravoso compito, che mi mostrerà, in whatsapp, tornito il 1 luglio, dorato il 23 luglio e mi consegnerà finito quando risalirà a Milano per le vacanze il 31 luglio. (A quel punto, per poterlo montare definitivamente dovrò prima sostituire la vite metallica troppo corta che tiene legati tutti i pezzi, che nel frattempo avrò finito di creare).
Versione della struttura semidefinitiva. Nuovo piattello e nuovo anello tipo lapislazzulo blu con venature dorate. Il pezzo tra anello e coppa ora è troppo corto. Ne farò uno più alto e limerò invece una fetta del cono inferiore, in modo da ottenere una proporzione migliore tra le parti.Prove per proporzioni elementi nuovo gamboProporzioni definitive del calice, con anello tipo lapislazzulo
Attrezzo per resinare in tondo a 360°. All’interno della coppa ho dovuto riposizionare una nuova bottiglia in pet riempita di gesso (fermata con scotch di carta alla parte in resina) che potesse far passare il perno di rotazione negli alloggiamenti di legno.Fornelletto UV per resinatura
Calice felicemente terminato
Il 12 agosto 2025 posso dire di aver felicemente terminato il “Calice della Passione” tanto sognato che QUI potete ammirare a 360° in un video realizzato per Youtube. Il calice sognato da molto tempo è divenuto realtà. La prossima puntata sarà relativa alla creazione della Pisside nello stesso stile.
Calice Passione lato Resurrezione
Cosa me ne farò?
Postscriptum: Questo calice non mi è stato commissionato da nessuno, come ho spiegato. Però se posso venderlo per ricavarci qualcosa e per far contenti un sacerdote o una comunità, sarò contento anche io. Quindi contattatemi. Se ci sarà insieme anche la pisside che sto portando a termine, meglio.
P.S. So che in internet si trovano calici e pissidi a prezzi stracciatissimi: sono fatti in serie, stampati e spesso sono realizzati con materiali di scarsa qualità. Il mio è un pezzo unico, fatto artigianalmente completamente a mano e i costi quindi ci sono tutti, compresi quelli della tornitura e doratura della coppa. Quindi chi fosse interessato mi contatti e troveremo certamente un accordo sul prezzo giusto (che sarà più alto dei soliti 500 euro di cui sopra). Se invece vi van bene quei prodotti, prego, non mi scandalizza la cosa.
Dimenticavo la custodia!
Un oggetto del genere merita la sua custodia, no? Fatta anche questa. Indovinate con cosa? Mia figlia stava buttando due belle scatole delle cuffie Apple che le erano state rubate. Ferma lì! so già come usarle. Misure perfette. Velluto rosso e gomma piuma. Et voilà!
Un “segno” per il Ministero straordinario della Comunione Eucaristica
Perché ho realizzato questo strano medaglione che raffigura “La Cena di Emmaus”? La storia parte da lontano, è lunga, ma forse val la pena di raccontare qualcosa.
Questa è la denominazione esatta dal punto di vista canonico che identifica questo “nuovo” ministero all’interno della Chiesa. Un po’ di storia: in Diocesi di Milano questo ministero, (disciplinato dall’Istruzione “Immensae caritatis” della Sacra Congregazione per la Disciplina dei Sacramenti del 29-01-1973, dal Motu proprio del 15-08-1972 “Ministeria quaedam” di Paolo VI e dal nuovo Diritto Canonico del 1983), è stato promosso con Decreto Arcivescovile nel 1981 dal Cardinale Carlo Maria Martini ed esteso anche ai fedeli laici.
E io che c’entro?
C’entro, c’entro… perché già da qualche anno i miei parroci mi hanno chiesto saltuariamente di aiutarli nella distribuzione della comunione durante alcune messe particolarmente frequentate, dopo la personale benedizione “Ad Actum”, in assenza di alcuni sacerdoti e del decano dei ministri straordinari della parrocchia (l’unico rimasto e ormai centenario). Devo dire che ogni volta è una cosa molto emozionante e responsabilizzante. E ogni volta, oltre a evidenziare in me un senso di profonda indegnità e gratitudine, mi domandavo se andava bene andare avanti così.
Ci sono delle regole
Infatti. No, non andava bene così, in realtà. Nel senso che in verità per esercitare il Ministero Istituito in modo continuativo e non “abusivo”, occorre un mandato ufficiale, occorre cioè essere nominati dall’Ordinario (il Vescovo diocesano) e/o dal Vicario Generale della diocesi con un mandato quinquennale rinnovabile e per far ciò occorre la segnalazione in curia del proprio parroco e quindi occorre seguire un corso obbligatorio di sei incontri di formazione teologico/pastorale, molto bello ed approfondito. Alla fine viene consegnato un tesserino ufficiale che certifica di poter esercitare questo ministero.
Inoltre quella che ho indicato non è e non può essere la motivazione principale per l’esistenza e lo scopo del ministero, che è invece quello di portare la comunione eucaristica alle persone anziane o malate che non possono normalmente frequentare personalmente la messa e ricevere la comunione sacramentale.
Libretto della liturgia per la Comunione Eucaristica ai malati
Rispondere ad un bisogno oggettivo. Alcune considerazioni
Termino questo ampio cappello introduttivo dicendo perché ho sentito questa chiamata come una responsabilità personale di fronte ad una richiesta oggettiva cui bisognava “dare le gambe” perché non rimanesse inascoltata e non cadesse nel vuoto.
Per mia esperienza il “nuovo” non lo introduco io nella mia vita, non è mai successo. La novità che consente di cambiare la propria vita, che consente di “essere spostati”, rinnovati, di crescere, di approfondire l’esperienza, deriva sempre dal lasciare entrare da fuori un input oggettivo, una proposta che non mi immagino io, che non ho misurato io, che è una occasione a cui posso dire di sì o di no. A volte capita e basta, come una circostanza in cui ti vieni a trovare e devi accettarla anche se non l’hai mai propriamente scelta. Ma poi devi comunque scegliere se starci o ribellarti. Ogni occasione è vocazione.Ogni vocazione è ad una missione.
E, stavolta, come è andata?
In questo caso ciò (la richiesta oggettiva) è accaduto in uno degli ultimi Consigli Pastorali parrocchiali dove è emersa la necessità di sviluppare una attenzione particolare e più strutturata agli anziani che vivono sul territorio della parrocchia. Come? Anche andando incontro al loro bisogno di sentirsi sempre parte della comunità soprattutto quando le condizioni fisiche o sociali diventano difficili, magari si vive una solitudine opprimente e la persona fa più fatica a muoversi e a partecipare alla messa e all’Eucarestia. Questo porterà anche, ovviamente, ad instaurare una rete di nuovi rapporti di attenzione, accompagnamento e amicizia con loro e le loro famiglie. Insomma, dopo averci pensato, ho chiesto al parroco di accedere al corso e mi sono iscritto su sua richiesta in Curia.
Inutile dire che l’impegno un po’ mi spaventa: non mi sento per nulla in grado o “all’altezza” delle situazioni anche delicate che mi troverò probabilmente davanti, occorrerà avere attenzioni e sensibilità che non credo di avere, ma spero di imparare molte cose da questa esperienza che mi si prospetta (come il riporre la fiducia non in me, ma in Cristo e nel suo Spirito). Infatti se facciamo solo le cose che crediamo già di saper fare non impareremo mai a fare cose nuove. Si impara solo facendo. Osare un po’, non confidando solo in sé e nel già saputo. Lui, che ha suscitato in me questo desiderio darà la forza per sostenere il compito. Questo è avvenuto sempre, anche nella mia storia di lavoro.
Ok, ma che c’entra tutto questo col medaglione della Cena di Emmaus?
Non voglio annoiarvi oltre (ma era necessario spiegare da dove arriva l’ispirazione per questa icona della Cena di Emmaus) e vado alla parte pratica della vicenda.
In uno dei primi incontri il relatore del corso ha accennato al fatto che andando a portare l’Eucarestia il centro della vicenda non siamo noi ma è la Presenza di Cristo nel Sacramento. Questo ha bisogno anche di essere espresso con segni espliciti e tangibili: oltre alla teca preziosa con l’Ostia (commissionata a Firenze a mio fratello Francesco), un crocifisso, il Vangelo, un fiore o una candela, un segno, tipo un nastro rosso con una “medaglietta” sulla nostra persona, che attesti il nostro essere lì come semplici ministri, come espressione della comunità, mandati dalla essa perché il malato o l’anziano possa continuare a sentirsi parte di quel brano di Popolo di Dio che vive lì, a partecipare pienamente del dono della Comunione e si senta sostenuto nella sua fatica dal Sacramento e dalla comunità.
Ci sono dei precedenti in parrocchia. Sto all’esempio
Memore che effettivamente in parrocchia, quando il ministro straordinario distribuisce la comunione indossa un largo nastro rosso con applicato uno sbalzo di ottone raffigurante un simbolo eucaristico (che qui documento)
Medaglione del ministro in parrocchia: ostensorio con angeli
…penso che senza dover per forza attingere alle risorse parrocchiali, posso benissimo realizzare un “segno” nuovo (uno sbalzo su metallo alla mia maniera), così da averlo sempre a disposizione senza doverlo ogni volta chiedere in prestito. Terminato il mio ministero, chissà, lo lascerò alla parrocchia per chi verrà dopo di me, chiamato allo stesso compito.
Intanto lo farò benedire (fatto, in data 30-03-25) in modo che non sia un segno che rappresenti me, ma Colui che porterò fisicamente e spiritualmente. (Questa del possesso e del vanto personale delle proprie capacità è una bella tentazione, comunque…. Questo pungolo mi sarà utile a ricentrarmi e riconcentrarmi sull’essenziale).
Dunque, veniamo al dunque: idea, scelta, realizzazione dell’icona
L’idea inizia così a frullare nella mente: 1-Dovrà essere un medaglione come quello in parrocchia, con nastro rosso. 2-Non sarà un simbolo “astratto” ma una scena eucaristica (La Cena di Emmaus mi sembra la più adatta). 3-Nei disegni di mio padre Ettore Paganini so che ne troverò parecchi adattissimi. 4-Dovrà essere piccolo, prezioso, (poco) colorato e, visto l’uso intensivo dell’oggetto, protetto dalla resina.
La scelta tra quattro disegni individuati in archivio
Reperisco in archivio quattro belle scene della Cena di Emmaus, molto simili tra loro e tra di esse scelgo la “0515 – Cena Emmaus 24,4×21,5” che modificherò e ritaglierò per adattarla alle misure (7 x 7 cm) e all’architettura che penso sia più adatta. Penso, per stare sul modello parrocchiale, di inserirle in un quadrato messo a rombo, in diagonale.
Lavorazione a sbalzo, chiusura del fondo e smaltatura
L’11 marzo inizio il trasferimento su ottone del disegno scelto e in breve tempo lo sbalzo viene terminato. E’ davvero una miniatura e richiederà qualche soluzione inedita, soprattutto nella successiva fase di smaltatura.
Sbalzo terminato (fronte) secondo il disegno, alette aperteSbalzo finito e colla con carta (retro)Retro con lastra di masonite inserita con colla di montaggio
Successivamente richiudo e incollo con l’Attack sul retro le alette, come ormai ben sapete, e passo alla fase di smaltatura del fronte dello sbalzo.
La smaltatura
Prima di riempire le campiture delle tre aureole le sfriso con una punta per dare maggiore luminosità al giallo arancio del mio smalto epossidico Glas. Poi passo al cielo oltre la finestra, col bel blu turchese Porcelain & Glas della Marabu e infine ripasso i profili delle figure con lo smalto nero, in più mani e stendo una mano molto trasparente del nero sul muro di fondo. Per concludere coloro i particolari del calice, dei bicchieri e del pane spezzato in mano a Cristo. In questo modo, con pochi colori ottengo un certo contrasto e una certa profondità tra le figure e lo sfondo, mantenendo però la preziosità metallica dell’ottone. Metto tutto in forno a 160° per trenta minuti e infine sul retro applico l’adesivo dorato con l’etichetta, aggiungendo un fermaglio da quadri nell’angolo superiore, per poter poi fissarvi il nastro rosso.
Lo sbalzo smaltato
La resinatura
Per una resinatura così piccola decido di fare una cassaforma molto leggera col nastro “distaccante” cinese. Inizio col fronte dello sbalzo, in modo da fissare il risultato con la resina I-Crystal di Resin Pro. Il 12/3 l’icona è pronta per passare alla resinatura retro.
Cassaforma leggera per la resinatura del fronte
Questa scelta mi costringerà però a rimediare ad alcuni difetti dovuti alla flessibilità del nastro adesivo (gobbe e rientranze sui lati, non volute) e ad applicare sul bordo di ottone che rimarrebbe scoperto uno strato di resina UV di Resin Pro che solidificherò con il fornetto da manicure a luce UV felicemente acquistato su Amazon.
La cassaforma per la resinatura sul retro
Bene, dopo le ore di attesa necessarie per la definitiva reazione e stabilizzazione delle resine, maschero fronte e retro, levigo i bordi e applico la resina UV sui lati scoperti.
L’Icona della “Cena di Emmaus” è ormai pronta per essere fissata al nastro. Faccio due prove. La prima con un nastro più largo e più bello, ma, ahimé, molto corto. La seconda con un nastro più stretto ma lungo giusto. Per ora terrò quello.
Icona finita con nastro largoMedaglione sbalzato e smaltato finito con nastro sottile
Un aggiornamento dell’11maggio 2025
Nel frattempo ha realizzato un’altra icona sempre su questo modello. Non posso dire uguale, perché ogni icona fatta così artigianalmente a mano riesce diversa, volenti o nolenti. L’occasione mi è sta data dall’amico Maurizio che voleva regalarla alla moglie, anche lei MISCE.
Detto fatto: dal 2 aprile (l’ordine) al 20 aprile (il lavoro terminato), la consegna è avvenuta felicemente domenica 11 maggio. Al nastro penserà lui. Qui di seguito un po’ di immagini della lavorazione e dell’aspetto finale dell’opera.
Il fronte dello sbalzoIl retro dello sbalzoIl taglio delle alette sul retroIl tassello di masonite e il retro con la colla di montaggioIl supporto di masonite incollato sul retroLo sbalzo terminato piegato e montato sul supporto di masoniteIl retro dell’iconaIl fronte smaltatoLa fase di resinatura nella cassaformaLa resinatura sgusciata con residui di bave da eliminare e levigareIl retro finito con i gancetti annegati nella resinaL’icona per Maurizio terminata
Dopo san Francesco, Santa Chiara d’Assisi. Una promessa mantenuta ( e… menomale!)
Nel precedente post sull’Icona di san Francesco d’Assisi avevo fatto la promessa che non mi sarei dimenticato di “scrivere” un’icona sbalzata e smaltata dell’amata “sorella” Santa Chiara d’Assisi. Sorella Chiara. (Che è anche, guardacaso, il nome della mia sorella minore).
Santa Chiara (Pittore Carlo Crivelli)
Oltretutto la santa mi piace molto perché è l’esempio di un cristiano che per seguire meglio Cristo si mette naturalmente a seguire l’amico (Francesco) che più l’aiuta a donarsi totalmente, semplicemente, senza riserve, “sine glossa”, a Dio. E, riconoscendo la comunione che la lega visceralmente all’amico, si trova ad essere iniziatrice di una nuova comunità composta da altre sorelle e compagne che si mettono a seguire lei, che segue lui. E lui chi segue? Segue Cristo affidando il suo carisma al papa, Innocenzo III che gli approva la Regola (nonostante avesse un caratteraccio ostile, pare).
(Il successivo papa, Onorio III conferma definitivamente con la bolla “Solet Annuere” la regola del suo ordine. Solo due anni dopo la morte Francesco viene proclamato santo da papa Gregorio IX, quindi esempio da seguire con sicurezza per tutti). In questo modo Francesco “salva” il suo carisma dal decadimento a setta, cosa purtroppo comune a moltissimi movimenti pauperistici e riformisti del tempo. Ma nella storia della Chiesa è sempre stato così, vedi, secoli dopo, la vicenda di sant’Ignazio di Loyola per esempio.
In sintesi, una storia d’amore dell’altro mondo. In questo mondo. Ecco, un po’ per riconoscenza per questo esempio, qui in questo post descriverò tutta l’elaborazione materiale di questa Icona, volutamente gemella dell’altra. Quella dell’amico. Però mi aspettavo già una serie di difficoltà che mi sarebbero capitate nel tentativo di ottenere quella somiglianza nella resa finale. Perché? Perchè non avete idea di quante cose possono andare storte e rovinare il lavoro strada facendo. Già in partenza, guardacaso…
Una sorpresa sgradita
Come vi ricorderete l’ispirazione per queste icone mi era venuta osservando uno dei disegni di mio padre Ettore Paganini: era una bellissima bifora che rappresentava i due santi di Assisi. Ve la riporto ancora qui:
San Francesco e santa Chiara d’Assisi – disegno di Ettore Paganini
Fatto San Francesco ora mi dispongo a realizzare anche l’icona della santa, per cui in Illustrator, dove avevo sistemato la prima icona, creo un’altra tavola di disegno e copio tutta l’architettura pari-pari e sostituisco il solo disegno della figura inserita. Faccio il mio bel pdf e lo stampo. Che strano! Mi sembra un po’ più piccolo rispetto al primo. Boh, verifico ed è proprio così. Cavoli, ma cosa può essere successo? Ma quando mai ho rimpicciolito -e mica di poco- nel frattempo il disegno? Boh, mi resta tuttora un mistero; fatto sta che devo ingrandire in proporzione il tutto in modo da avere una stampa delle stesse misure. A momenti… Vabbè, prima difficoltà superata. Fisso il foglio sulla lastra di ottone e inizio lo sbalzo incidendovi il disegno. Siamo al 25 febbraio.
Disegno adattato (come quello di san Francesco) di Santa Chiara d’Assisi
Lo sbalzo procede rapidamente
Ormai tutte le fasi della lavorazione le sapete tutti a memoria, per cui metto qui solo le foto che le documentano.
Retro dello sbalzo, in fieriFronte della lastra sbalzata dell’icona di Santa Chiara d’Assisi, in fieriFronte dello sbalzo con le alette tagliate e aperteRetro dello sbalzo con le alette aperte, pronto per accogliere la lastra di masonite incollataIncollaggio della masonite nel retro dello sbalzo, sotto pressioneSanta Chiara d’Assisi, lo sbalzo finito con le alette piegate e incollate sul retro
Si passa alla smaltatura coi colori Marabu da vetro/ceramica
Ora occorre smaltare usando i nuovi colori usati già per san Francesco (se volete andate a leggere il post). Ma, prima devo verificare se ho lunghezza sufficiente di cornicetta di ottone, quella trovata fortunosamente nel locale pattumiera del condominio. Al pelo (mi avanzano si e no 8 cm)… fiuuuttt!
Li taglio in misura (sono differenti di qualche decimo di millimetro rispetto alle precedenti, evidentemente l’ingrandimento era un filo diverso, ma me le faccio andar bene lo stesso) e provo ad appoggiarle sulla lastra per la verifica finale. A posto. Proseguo con la smaltatura e poi faccio la foto dell’icona smaltata con a fianco la cornicetta che dovrò incollare dopo la prossima fase.
Santa Chiara d’Assisi, smalto finito e cornicetta
E ora, Santa Chiara al forno!
No, non è una ricetta nazista, non sono così blasfemo o irrispettoso: la cottura degli smalti della Marabu PORCELAIN&GLAS in forno (quello di cucina per 30 minuti a 160°) serve a fissarli al supporto e a renderli più resistenti, tanto che nelle istruzioni c’è scritto che possono andare poi anche in lavastoviglie. Quegli smalti epossidici infatti sono stati creati per decorare tazze e bicchieri più che icone sacre… ma, tant’è!
Santa Chiara d’Assisi al forno
E ora la fase di resinatura
Non so se vi ho mai fatto vedere la costruzione della cassaforma. Di solito prendo 4 listelli di legno belli lisci e rivestiti di un adesivo distaccante, li incollo col silicone ad un piano rivestito a sua volta di adesivo distaccante, mettendo al loro interno l’icona da resinare (fissata al fondo con dei quadratini di biadesivo spesso e usando dei distanziatori di plastica che mi danno un paio di millimetri di aria sui bordi. Poi faccio asciugare il silicone tenendo tutto il castello sotto pressione per farlo aderire bene al fondo in modo che non ci siano fuoriuscite di resina liquida, silicono altre giunture dei listelli e poi…
Costruzione della cassaforma coi distanziatori. (Si nota il silicone sul listello da ribaltare e incollare)Incollaggio della cassaforma sotto pressione.
Poi si cola, evidente! Calcolo la quantità di ICrystal della Resin Pro, mescolo i due componenti, cerco di eliminare le maledette bolle che si creano sempre (e mi sa che mi dovrò comprare una piccola pompa autoclave apposita per questo scopo, ma costa una sessantina di euro su Amazon, per roba di qualità cinese. L’esperimento fatto oggi con un barattolo di vetro col coperchio di plastica bucato in cui inserire il tubo dell’aspirapolvere per ottenere il vuoto, è andato malissimo, perché iniziava ad aspiarare in un vortice anche la resina liquida dal bicchierino inserito…NOOOOOO!!!!), e poi colo adagio sull’icona il prezioso e dispettoso miscuglio epossidico. Buco un po’ di bolle con uno spillo e quando mi sembra tutto a posto copro il “castello” in modo che non prenda polvere che potrebbe rovinare l’effetto lucido finale.
Colata di resina sull’Icona nella cassaforma
Si impara ad attendere, l’impazienza è assolutamente vietata
E ora devi per forza metterti a fare altro, perché è la fase dell’attesa. Serve molto anche quella… è educativa. Sale sempre una preghierina perché tutto vada nel migliore dei modi (non fa piacere a nessuno perdere un lavoro in cui si è dedicato tempo (il lavoro è iniziato il 25 febbraio e siamo già al 5 marzo…), attenzione, arte (?) perizia tecnica e denari). Anche i fonditori di campane di Agnone so che, al momento della colata di bronzo fuso, fanno prima una cerimonia religiosa coi controfiocchi e fors’anche una santa Messa propiziatoria perché tutto fili liscio e il risultato non faccia buttare nel cesso mesi di lavoro. Nel mio piccolo, non arrivo a tanto, ma un pensierino lo faccio anch’io.
Un paio di giorni dopo
Il tempo consigliato è quello, per evitare di rovinare il lavoro. C’è chi attende anche di più. Io, quando vedo che la reazione è completata, (la resina è indurita e sul piccolo campione, che colo sempre a parte, vedo che non restano impronte digitali) inizio a staccare i listelli della cassaforma per sgusciare l’icona resinata. Sembra facile! Nonostante tutti gli accorgimenti qualcosa è colato fuori incollando tenacemente un paio di listelli al legno…
Difetto di colata dalla cassaforma
Oltretutto, per arginare la fuoriuscita avevo posizionato dei tassellini di legno vicino ai listelli, non pensando che poi mi sarebbero stati nemici tenacissimi da staccare. Vabbé, tra morti e feriti sguscio l’Icona e valuto come e cosa andare a limare sui bordi e come sistemare il retro.
Santa Chiara sgusciata dalla cassaformaRetro con buchi e difetti. Si notano gli alloggiamenti dei 4 tassellini di biadesivo spesso e una bolla che non era uscita dal retro… maledetta. Però, in fondo non male.
Penso ai supporti mentre sistemo il retro dell’icona
Si tratta di fare un’ulteriore piccola colata sul retro, per sistemare nei 4 alloggiamenti i fermagli “Stella” e per chiudere la bolla. Basterà qualche grammo di miscela, una cassaforma leggera di nastro adesivo per sicurezza sui bordi (che nulla coli sul fronte rovinandolo) e tanta, tanta pazienza. Per i supporti ho pensato, come per san Francesco di lasciare aperte ben tre possibilità di ostensione: 1) Buchino in alto per appendere l’icona così com’è ad un chiodino nel muro; 2) supporto di ferro ad angolo per ottenere un soprammobile da comodino; 3) possibilità di fissare l’icona in un quadro più grande con i 4 fermagli passanti nel fondo del quadro. Più di così!!!
Retro con i supporti e i fermagli
Icona terminata
Bene, dopo aver opportunamente spianato, levigato e lucidato i bordi della resina, l’icona è terminata felicemente. (Siamo al 7 marzo!) Eccola! Un grazie anche a santa Chiara d’Assisi, che evidentemente, come san Francesco, ci ha messo del suo… eccome!
Santa Chiara finita, fronte
Ed eccoli insieme! L’icona ricomposta
Eccoli di nuovo insieme i due santi! Devo dire che sono molto soddisfatto del risultato. Anche questa è stata una sfida dalla quale ho imparato un mucchio di cose e ho consolidato alcune soluzioni a problemi difficili da risolvere (ad esempio il retro che si stacca dal fondo) e che in passato sono stati molto pesanti. Avevo paura a rimettermi ad usare le resine dopo qualche esperimento finito male, ma ora mi sono riconciliato con la tecnica della resina. LaICrystal di ResinProè molto affidabile e oramai la conosco bene. Qualche prenotazione è già nell’aria, (anzi!: aggiornamento del 14-3: le due icone, la coppia Francesco e Chiara, sono già state acquistatate oggi, devo solo consegnarle). Intanto sto già finendo un’altra piccolissima icona, quasi una miniatura… ad uso personale stavolta, ma sarà oggetto del prossimo post. Alla prossima!
Santa Chiara in coppia con san Francesco
Stiamo sotto la loro protezione in questi tempi difficili con venti di guerra.
Una nuova scommessa con le resinature dei miei sbalzi
San Francesco d’Assisi. Perché questa scelta? Andiamo agli antefatti. Recentemente ho acquistato nuovi flaconi di resina iCrystal della ResinPro perché avevo il dubbio che le ultime incresciose performance nell’uso di questa tecnica fossero dipese in gran parte dall’età avanzata delle stesse (oltre che dalla mia età avanzata…). Anche nel terminare l’ultima icona della Madonna con Bambino, mi ero fermato prima della fase di resinatura, più che altro per paura di dover buttare via un’opera che mi piaceva molto, come già accaduto, o, nella migliore delle ipotesi, di dover sudare comunque sette camicie per salvarla.
Quindi sono partito con l’idea di creare stavolta un’icona espressamente da resinare, per vincere questa paura una volta per tutte, come si fa dopo un incidente d’auto, mettendosi al più presto di nuovo al volante.
Cercavo allora un soggetto che fosse adatto per dimensioni e per tipo di soluzioni estetiche a poter essere resinato a dovere. Perché allora non rappresentare San Francesco d‘Assisi, com-patrono dell’Italia (in questo momento del suo patrocinio particolare abbiamo bisogno eccome, per risollevarci da una crisi morale, religiosa, valoriale, economica, industriale, politica, sociale, educativa, ecc, senza precedenti. Ci manca solo la guerra a tutto tondo con la Russia e, per non farci mancare proprio nulla, con l’America di Trump (Quella commerciale con la Cina l’abbiamo già persa da mo’) e, perché no?, con l’infida e divisa Europa atea, razionalista e massonica. Che San Francesco d’Assisi ci guidi tutti quanti sulle vie della Pace che ci può donare solo se ci riconosciamo fratelli, figli di Dio e quindi dipendenti dal Padre nostro; sulla via della Giustizia e della Pace vera, non dell’irenismo banale e facilone). E’ anche un omaggio indiretto a Papa Francesco.
Un soggetto molto rappresentato nei bozzetti di mio padre
Bene, all’opra, allora! Siamo al 25 gennaio 2025. Trovo tanti bozzetti e disegni di mio padre (il pittore Ettore Paganini) che rappresentano san Francesco d’Assisi da solo o con altri santi. Scelgo il disegno d’archivio “0016-San Francesco e santa Chiara 22,2×38” e me lo rielaboro sia in photoshop che in Illustrator: tolgo santa Chiara (tranquilla, prima o poi verrà anche il tuo turno), sistemo le architetture e accorcio l’altezza delle gambe del santo che mi sembravano un po’ quelle di un giocatore di basket. Qui il bozzetto originale dal quale sono partito:
San Francesco e santa Chiara – dis. di Ettore Paganini (1922-1986)
E qui ecco la mia elaborazione per farne l’icona resinata:
La mia elaborazione del disegno paterno
Passa qualche giorno per iniziare finalmente lo sbalzo, con sorpresa
Il 5 febbraio inizio lo sbalzo applicando e riportando, come sempre, il disegno stampato incidendolo sulla lastra. Decido subito che voglio ottenere una cosa preziosa e dorata, quindi la lastra scelta è di ottone. Fortunatamente lascio nella lastra molto margine esterno, non immaginando minimamente cosa accadrà di lì a breve. Infatti, andando a buttare la pattumiera, nel locale immondizie trovo abbandonato vicino ad un bidone un vecchio cerchio di alluminio su cui è saldato un bellissimo fregio di ottone (era forse il bordo di un vassoio o di uno specchio tondo) che mi sembra veramente fantastico e che subito fa scattare in me l’idea di usarlo in questa occasione, proprio per impreziosire l’icona appena iniziata. Lo pulisco a dovere, lo stacco dal rigido supporto di alluminio, lo spiano, lo lucido, ed ecco: un metro e mezzo di splendido ornamento metallico! Fantastico, che ne dite?
Calcolo lo spazio dove alloggiare la nuova bellissima cornice e in poche ore lo sbalzo è pronto, eccolo:
Lo sbalzo quasi terminato, con lo spazio predisposto per la grande cornice di ottone traforato.
Fasi preliminari prima della smaltatura
Prima di passare alla smaltatura devo piegare le alette sul retro della lastra di masonite che incollo con mastice da montaggio sul retro per irrobustire e irrigidire l’icona; cosa che faccio rapidamente. Dovrò poi lasciare asciugare la colla per un paio di giorni, perché mi si presenta già una difficoltà tecnica inedita per questo genere opere. Ma questo sarà oggetto del prossimo capitolo.
L’icona con la lastra piegata e incollata sul retro. In questa seconda immagine ho provato ad appoggiare il listello traforato della cornice per vedere come si adattava alla vista d’insieme. Direi bene, ma ci sarà bisogno, per avere un contrasto adeguato, di smaltare o il fondo della cornice o l’interno delle micro-campiture del listello.
La smaltatura. Ora sì che si balla!
Qui si aprono diverse fasi di questo capitolo. Innanzitutto, per non sapere né leggere né scrivere, decido che una leggerissima brunitura per dare volume allo sbalzo/cesello non posso esimermi dall’applicarla. Passo il mio intruglio alcolico segreto e… Bon, fatta!
In secondo luogo, e questa è la parte più problematica, mi rassegno al fatto che le mie vecchie amate boccette di smalti per vetro GLAS della Marabu sono quasi tutte cagliate e gelificate. In particolare mi mancano tutti i blu che sono inusabili. Anche i rossi non godono di buona salute: un patrimonio prezioso da “buttare nel cesso”. Mi interesso con mail e telefonate con la tedesca Marabu in persona di dove posso ritrovare le mie preziose boccette, ma mi rispondono che sono uscite di produzione (e quelle che si possono ancora trovare sono già vecchie…), visto che ora producono solo il prodotto PORCELAIN&GLAS o in versione pennarello o boccette (che però corrono sempre il rischio di rovinarsi).
Ah, dimenticavo: questa serie di colori per porcellana ha la caratteristica che per durare meglio vanno cotte nel forno di cucina per 30 minuti a 160°. Quindi dovrò pensare come e quando applicare i listelli della cornice, sperare che la lastra di masonite all’interno non bruci, che la colla sia sufficientemente seccata da non ribollire rigonfiando la lastra e che non potrò certo passare la vernice fissativa Macota 100 prima di smaltare, non sapendo che reazioni possa sviluppare nel forno. Bel casino, no?
Comunque…
Dopo lunghe ricerche e una visita a vuoto (per negozio chiuso di lunedì), approdo finalmente al Colorificio Pecchio vicino a Piazzale Loreto, molto professionale e ben fornito, dove acquisto 4 “pennarelli “di quella serie di smalti e due boccette di un altro prodotto liquido (DEKA, il migliore in commercio, sostengono in negozio. Vedremo) da testare prima con una prova, e poi, chissà, sulla prossima icona.
I nuovi smalti acquistati. Veramente il primo pennarello turchese a sinistra ce l’avevo già e l’avevo usato su un altro progetto molto impegnativo di cui vi scriverò quando sarà finito. A differenza degli altri 4 della Marabu è metallizzato coprente e non trasparente, ma ciò potrà dare varietà alle varie campiture del fondo.
La smaltatura inizia e procede bene
Sfriso l’aureola per dare lucentezza e inizio a colorare col giallo-arancio (mia mistura di GLAS), poi parto col saio e la chiesetta. Sul saio uso il nero molto trasparente della serie GLAS, uno dei pochi colori ancora usabili, perché sul giallo oro dell’ottone ottengo con alcune velature un bruno adattissimo, Poi col turchese già in mie mani inizio a riempire alcune campiture. Sono costretto a fermarmi un giorno per andare a comprare i restanti colori, che appena arrivano in casa, uso subito per integrare il fondo e la cornice dell’opera. Ficco tutto in forno e per mezz’ora spio che non avvenga nulla di irreparabile. Pare di no,… fiuuuut.
Aureola, saio e particolari dipinti e prime campiture del fondo riempite di turchese metallizzato.La formella smaltata, passata in forno e con le cornicette di ottone incollate con punti di Attack Gel al fondo blu trasparente della cornice. Pronti per la fatidica fase di Resinatura.
La resinatura, fase sempre criticissima, ma orsù, ci vuole coraggio!
Le cornici così applicate non sono saldate a stagno ma solo incollate. Quindi se desidero che abbiano una durata lunga e certa dovrò per forza inglobarle nella resina. Mi faccio coraggio e stavolta però, per preparare bene la cassaforma di colata, uso due nuovi prodotti: un foglio di materiale plastico bianco sul fondo colata, adatto al distacco della resina e un nastro adesivo cinese (Cosa c’è ormai di non made in PRC?) verde, di un materiale analogo per qualità di distacco, da applicare alle barre di legno che creano l’alloggiamento della colata.
Stavolta decido di fare subito il fronte della colata con la resina iCrystal di ResinPro, senza preoccuparmi troppo del retro della formella, che, se venisse male, dovrò ritoccare. L’unico accorgimento per tenere la formella attaccata al fondo e staccata da esso di poco più di un millimetro per consentire alla plastica liquida di riempire anche lo spazio sul retro, è ritagliare 4 quadratini del fantastico nastro biadesivo trasparente e gommoso spesso 1,5mm, acquistato al Brico e applicarli al retro dell’icona. Et voilà!
La cassaforma con la colata. Dopo almeno 24 ore posso aprirla se si è solidificata. Quindi, pazienza!Tolto il primo listello (li avevo fissati col silicone trasparente) posso sgusciare (a fatica!) il blocco con l’icona resinata. Ora vediamo se il fondo è venuto senza difetti.
La legge di Murphy non fallisce mai
Dicevamo: “Ora vediamo se il fondo è venuto senza difetti?” Ok vediamo:
Ta-daaaa! La grossa inevitabile bolla al centro e altri difetti sul retro. Sono visibili i 4 tasselli di biadesivo da togliere e riempire di resina. Me la sentivo, …vabbé… riempirò i difetti con altra colata a livello, ma almeno il fronte mi sembra ottimo e senza difetti.
Correzioni e finiture
Se riesco ad evitare di dover passare la levigatrice roto-orbitante su tutto il fronte, per abbassare e pareggiare i bordi di resina che si formano per risalita sulle barre della cassaforma, evito di rovinare la superficie che mi sembra già perfettamente lucida. Così applico una protezione di carta e scotch di carta sulla facciata lasciando scoperti solo i bordini, che ripasso con le carte e le tele abrasive (da grana 120 a grana 10.000 e poi finitura a Polish), a mano, con delicatezza e infinito olio di gomito, fino ad ottenerne un buon risultato di levigatura e lucidatura. E il fronte è a posto.
Poi applico sui bordi il nastro adesivo cinese, a mo’ di cassaforma leggera, per evitare che scendano nefaste colature sul fronte, e colo con una pipetta la quantità di resina che serve a riempire i difetti del retro, inserendo, già che ci sono, 4 fermagli pieghevoli nell’alloggiamento del biadesivo che ho rimosso, in modo da avere dei sostegni nel caso montassi in una cornice di un quadro l’opera. Ovviamente, per la legge di Murphy, la resina per capillarità risale tra i due peduncoli di ogni fermaglio, saldandoli… vabbé… me li terrò così.
Il retro sistemato. Si vedono ancora i tiri di scotch cinese x cassaforme sui bordi e i 4 fermagli
Ragazzi, sono veramente contento del risultato!
Siamo arrivati, tra fasi operative e fasi di attesa tecnica, al 16 febbraio 2025. Quasi un mesetto dall’inizio del lavoro. Devo dire che probabilmente san Francesco d’Assisi ci ha messo del suo per la buona riuscita di questa icona che lo rappresenta. Ora la predispongo anche per un uso “soprammobile” o per appenderlo ad una parete così com’è, in modo da lasciare aperta ogni possibilità di “ostensione”. Ovviamente l’Icona di san Francesco d’Assisi è (Aggiornamento del 15-3-25: Acquistata, insieme alla gemella santa Chiara). Alla prossima!
L’icona di san Francesco d’Assisi terminata. Misure: 11,4 x 23,4 cm
Natale 2024: Occorre affidarsi con fiducia alla nostra Madre del cielo, per ringraziare di ogni dono ricevuto e implorare per ottenere il dono della Pace, sperando contro ogni speranza.
Pace e tenerezza. Cioè il bisogno di sentirsi amati e liberi di potere ri-amare. Da tempo sentivo il bisogno di realizzare una nuova “Madonnina” (x noi milanesi è inevitabile chiamarla così!…) che esprimesse la pace e la tenerezza di cui il nostro mondo in guerra ha bisogno. Inoltre mi sarebbe piaciuto averne una pronta per ogni occasione (vendita o dono), visto che ho quasi finito le opere in “magazzino”. (Mi è rimasta solo la “Madonna di Gaza“).
Cercando tra le bozze e i progetti di papà ritrovo la Madonnina 0494, che avevo già realizzato in passato, nel 2021, proprio perché esprimeva quegli aspetti propri dello sguardo misericordioso: pace e tenerezza. Allora avevo usato colori a smalto molto squillanti e la tecnica dello sbalzo di pochi anni fa mi sembra un po’ grezza e un filo “volgare”. Cercherò stavolta di fare di meglio e di molto più sobrio. Innanzitutto modifico l’aureola e creo un fondo architettonico che non esisteva in quella prima versione.
Il disegno 0494 di Ettore Paganini, modificato per la nuova realizzazione a sbalzoIl vecchio sbalzo della “Madonnina 0494” realizzato nel 2021.
Gli altri step della lavorazione
Questa volta scelgo di usare una lastra tipografica di alluminio. Approfitto qui per ringraziare la tipografia Cartotecnica Guglielmi di Buccinasco, (una delle poche che ho trovato ancora ad utilizzare le lastre in oggetto) che mi ha gentilmente regalato numerose lastre usate che altrimenti avrebbero preso la via della discarica. Se non è economia sostenibile e circolare questa!
Applico la stampata del disegno sulla lastra e inizio a “incidere”. Queste lastre sono un po’ più rigide di quelle che avevo in precedenza. Inoltre ho iniziato a trasferire il disegno su un piano di appoggio molto rigido e non sul “cuscinetto” di materiale spugnoso, quindi il tratto risulta molto più secco e faticoso da individuare una volta tolto il foglio col disegno.
Il disegno applicato alla lastraRetro dello sbalzo in lavorazione. Si noti il lato emulsionato della lastra di stampaFronte dello sbalzo in lavorazione. I primi volumi emergono.
Aumento dei volumi (aggetto) e piega delle alette ritagliate
Vista la durezza dell’alluminio di queste lastre devo proseguire il lavoro di sbalzo dal retro per aumentare i volumi delle figure, che mi piacciono per il disegno netto, ma necessitano di stagliarsi meglio rispetto al fondo. Lo faccio sul pannello dalla superficie spugnosa che non oppone troppa resistenza al passaggio dei legni che uso per calcare dal retro sui punti da far crescere.
Alla fine mi sembra che il risultato sia eccellente. Passo quindi alla segnatura e alla piegatura delle alette laterali che ingloberanno con la colla di montaggio la lastra di legno compensato che fa da supporto all’opera.
Sbalzo terminato con alette piegate. FronteRetro dello sbalzo terminato con alette piegate. All’interno verrà posizionata la formella di legno tagliata in misura sulla quale verranno ripiegate e incollate le alette.
Fasi finali, brunitura e doratura
A questo punto devo dire una cosa che non ho detto finora: la mia prima idea, che ho avuto mettendomi a creare questa icona sbalzata, per esprimere la pace e la tenerezza della Madonna, era di concludere la lavorazione resinando il tutto, dopo avere opportunamente colorato a smalto epossidico le campiture del fondo e le aureole. Però, man mano che il lavoro emergeva dalle mie mani, così bella precisa e con i toni caldi argentati ottenuti con una leggerissima brunitura fatta col mio solito intruglio alcoolico, mi convincevo sempre di più che sarebbe stato un peccato eccedere coi colori e rischiare di rovinare tutto con lo strato resina. (Qui potete leggere un articolo che racconta di un grosso problema con le resinature)
Purtroppo è un blocco, una paura, questa della resinatura, che prima o poi dovrò superare. Meglio poi. Inoltre sono rimasto senza alcun blu Glas Art della Marabu: la ditta non li fa più e i miei boccettini si sono tutti rovinati e rappresi. Ora la Marabu produce dei nuovi colori chiamati “Glas & Porcelain”, in flaconcini o pennarelli, che abbisognano però di una cottura in forno (30 min a 160°) da fare prima di montare l’anima di legno all’interno. (Li dovrò acquistare…) Un altro segno del cielo, un suggerimento, che mi conferma nel mio cambio di idea.
Madonnina 0494: lo sbalzo terminato e leggermente brunito.
Viste invece le buone prove ottenute ultimamente con la doratura a foglia d’oro (finto) decido che dorerò le aureole, non tutta la superficie, ma alcune zone per dare loro contrasto e ricchezza di toni. Stendo la missione ad olio DIVOLO e dopo tre ore applico la foglia d’oro. Operazione che non è mai proprio placida, c’è sempre qualche ritocco da fare, purtroppo. Su quella del Bambino stendo anche lo smalto giallo-arancio che mi è rimasto utilizzabile dei mei fidati Glas, e così pure all’interno dell’aureola della Madonna, in modo di avere diverse tonalità e lucentezze dorate. Beh, devo dire che fanno un figurone e contrastano bene col resto del tono dell’icona, no?
Madonnina 0494 con le aureole finite e fissata col Macota 100
Verso la fine dell’opera
Finita la fase di doratura e smaltatura, dopo la verniciatura protettiva di Macota 100, è venuto il momento di confezionare e incorniciare l’icona della pace e tenerezza di Maria. Monto su un panno blu scuro l’icona e creo un passepartout di cartoncino bianco a più strati in modo che lo spessore eguagli quello dell’icona e monto il tutto in cornice sotto vetro (sintetico). Si può appendere alla parete o tenerla su un piano d’appoggio sorretta dal piedino sul retro. Pronta per prendere il volo.
Madonnina 0494 finita e incorniciata.Il quadro col suo supporto.
Considerazioni finali
Carissimi, con questa icona sacra vorrei fare davvero gli auguri natalizi e di buon 2025 a tutti! Che la Madonna, la prima discepola di Gesù, suo figlio, ci doni pace e tenerezza, protegga il mondo, protegga i poveri e gli umili, gli innocenti, i bambini, i popoli che stanno soffrendo ingiustamente la guerra, la fame, le ingiustizie, la mancanza di libertà, la violenza che tanto facilmente ci procuriamo perché pensiamo di essere i padroni del mondo, della nostra e dell’altrui vita. Che il 2025, col Giubileo della Speranza, sia occasione di conversione. Per i potenti, certo, ma anche per ognuno di noi, ognuno nel suo piccolo. Buon Anno!
Aggiornamento del 24 gennaio 2026
Da oggi questo questo è il mio regalo di nozze per Antonella e Stefano. Che la Madonna vi protegga sempre e vi aiuti con tenerezza materna nel cammino della vostra vita insieme e nei passi delle vostre libertà al Destino che è Misericordia: Gesù!
Un’Icona della Madonna (0202) rifatta per una grande occasione
Un regalo per Don Marino Mosconi, anzi Mons. Marino, nominato Arciprete del Duomo di Monza. Auguri don Marino… e grazie! Grazie a te per aver risposto alla tua vocazione di padre e guida e grazie a Dio che ti ha scelto per accompagnare con sapienza, per trent’anni la nostra vita, quella della comunità di Gesù Buon Pastore e san Matteo Apostolo ed Evangelista in generale e in particolare la piccola comunità della messa quotidiana delle 7,30 che ha visto passare fedelmente e puntualmente nella cappellina del Crocifisso anche i nostri cari, Ettore e Caterina, Ilde e Michele, e tanti altri santi della porta accanto (Simonetta, Gildo, Renata, Giuliana, ecc).
Gratitudine e affidamento
Termini a settembre il tuo ministero qui da noi e contemporaneamente anche il tuo compito di Cancelliere all’avvocatura della Diocesi.
La tua nuova missione in quel di Monza, come Arciprete del Duomo, non sarà prevedibilmente una passeggiata in discesa: in tutta la Chiesa ogni mandato o responsabilità, specie oggigiorno, sono gravosi fardelli, a volte croci. Dulce pondus. Ma in tutte le circostanze abbiamo non solo Uno da guardare, ma sappiamo di essere da Lui guardati e sostenuti.
E’ Lui che conduce, vittorioso, la storia; in Lui è la nostra forza, in Lui la nostra speranza, solo in Lui.
E, con Gesù negli occhi e nel cuore, non farti mancare il sostegno degli amici e della tua nuova comunità, ricercalo sempre, sia nei momenti faticosi che in quelli più lieti, che certamente non mancheranno. Fidati e affidati. (Tra l’altro, con la tua sapienza e la tua sensibilità umana, -non sono doti da poco- saprai farti voler bene!)
E poi abbiamo una avvocata potente
La Madonna. La cito qui per ultima solo perché mi dà l’aggancio per raccontare la vicenda di questa icona della Madonna con Bambino, tratta dal disegno 0202 dell’archivio dei bozzetti di mio papà Ettore. (Quindi è anche indirettamente un suo ricordo). Caro don Marino, ti affidiamo quindi totalmente alla nostra Avvocata e Madre che saprà illuminarti e sostenerti nel tuo nuovo compito.
La prima sventurata Icona 0202
Come raccontato alla fine di un precedente Post (vedi link), l’icona sbalzata e smaltata tratta dal disegno 0202 ha un precedente, che, ahimé, ha avuto una fine dolorosa e penosa. Dopo 10 mesi dalla fine della sua lavorazione, che prevedeva anche la resinatura finale, qualcosa si è inspiegabilmente “mosso” al suo interno, rovinandola in modo irreparabile. Peccato perché mi piaceva molto e ci ero davvero affezionato!
Il disastro dello smalto blu che si è “spantegato” allargandosi nella resina.
Non mi do per vinto. L’occasione per un regalo
Devo dire che ho vissuto questa débâcle come una sfida personale: allora devo rifarla! Questa volta non più su alluminio ma su ottone. Sì, perché contemporaneamente ho fatto 2+2=4: Pensavo ad un regalo per don Marino e l’occasione mi veniva offerta su un piatto “d’ottone”.
L’ottone assomiglia all’oro come tono, quindi ancora più preziosa della prima realizzazione.
E, stavolta, prima di combinare altri disastri, sicuramente non la resino, ma la incornicio e basta.
Siamo a fine Luglio 2024. Il 28 pomeriggio stampo la traccia del disegno (quella precedente l’avevo stampata un po’ più ridotta, ma va bene lo stesso), taglio una lastra in misura e inizio a riportare l’incisione.
Il disegno della Madonnina 0202 applicato sulla lastra di ottone
Sbalzo la lastra fronte e retro
Da buon toreuta inizio a incidere la lastra dal fronte per riportare il disegno, poi con pazienza, poco per volta sbalzo dal retro e cesello sul fronte con i miei strumenti ormai collaudati, punte di biro e di legno sagomato in vari modi.
Fronte e retro della lastra di ottone sbalzata
Poi passo a ritagliare le lastre in modo da poterle piegare sulla lastra di masonite che incollerò al suo interno per irrobustire l’opera e irrigidirla
La lastra con le “alette” ritagliate, pronte per essere piegate sulla masoniteLa formella di masonite pronta ad essere incollata sul retro dello sbalzo, che la inscatolerà perfettamente.
Brunitura e smaltatura con sorpresa
Come oramai di prassi consolidata, una volta che la colla da montaggio tra sbalzo e masonite e l’Attack a serrare le alette sulla masonite han fatto il loro lavoro, pulisco lo sbalzo montato con la paglietta sottile e lo sgrasso con una passata di alcool isopropilico. In questo modo ho la base perfetta per passare il mio intruglio alcoolico nero da brunitura chimica e patinare l’ottone. Fase sempre molto delicata perché occorre rendere uniforme il velo di colore, con varie passate a spugnetta e ripulitura con carta da cucina. Un altro step è ripulire con l’alcool le sole aureole e sfrisarle a raggiera con una punta sottile. Immagino già l’effetto con la smaltatura di giallo arancio trasparente! Prima di smaltare però dò a tutta l’Icona una mano di vernice fissativa Macota 100, in modo da non smuovere la patinatura. Poi smalterò coi miei colori epossidici per vetro.
(Chi desiderasse scoprire di più sulle mie tecniche può sfogliare tutti i miei precedenti post sulle icone sbalzate)
La sorpresa sgraditissima è che in alcune boccette il colore liquido si è rappreso e raggrumato come un Gel densissimo e quindi i colori non sono più utilizzabili, accidenti! Sono costretto a usare i colori che ancora funzionano a dovere. Che panico, ogni volta c’è una sorpresa nuova!
Col nero metto a fuoco alcuni particolari. Stavolta, comunque, per evitare la fine della precedente Madonna 0202 non resino alcunché, ma ripasso solamente tutto con una mano di Macota 100.
Alla fine, a furia di sfidare la sorte, ottengo il risultato sperato!L’icona terminata
Il tocco finale, la cornice
Alla fine il montaggio nella cornice di legno su velluto scuro. Bello, neh?! Spero che don Marino apprezzi! E soprattutto che la Madonna l’accompagni nella sua nuova missione!
L’Icona incorniciata
L’articolo su Don Marino Mosconi per l’Informatore Parrocchiale di Monza
Testata informatore parrocchiale Duomo di Monza
Don Marino Mosconi. Un cammino insieme di trent’anni, una vita, che continua ora in altro modo.
Dal mese di settembre 2024, don Marino Mosconi non abiterà più nella nostra parrocchia come vicario parrocchiale, non sarà cioè più presente fisicamente nella nostra comunità del Gesù Buon Pastore, che ha servito con paternità, cuore, intelligenza, umanità, sensibilità, preparazione teologica e scientifica, per trent’anni tondi tondi. Questa prima affermazione va chiarita, spiegata e dettagliata. Innanzitutto “don” è un diminutivo affettuoso, tra noi del GBP, che sta invece per “Mons.”, cioè monsignore, titolo onorifico conferitogli l’11 febbraio 2006 per sottolineare l’importanza e la nobiltà del suo incarico in Curia come Cancelliere della Diocesi di Milano e Giudice del tribunale ecclesiastico regionale e del tribunale metropolitano di Milano..
28-05-2006– La solenne cerimonia in parrocchia per festeggiare don Marino Mosconi insignito del titolo di monsignore. Al suo fianco il parroco del tempo, don Carlo Crotti, (+10/10/2022, anche lui curiosamente destinato, alla fine del suo mandato da noi, al Duomo di Monza, come canonico residente).
Insegnamento e impegno pastorale
Questi gravosi e delicatissimi compiti non sono mai stati disgiunti dall’insegnamento. È docente alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale e alla Facoltà di diritto canonico San Pio X di Venezia. Questo per spiegare il suo titolo di Monsignore, ma il suo impegno sacerdotale è sempre stato anche orientato pastoralmente verso i giovani, seguendo gli Scouts (Gruppo Milano 97) e la vita della parrocchia, di cui ormai è la vera memoria storica: dalla liturgia ai sacramenti, dalla partecipazione ai Consigli Pastorali alla guida per famiglie e fidanzati, al sostegno e alla vicinanza ad anziani e ammalati della comunità.
Nato il 27-12-1964 a Milano don Marino Mosconi ha conseguito il baccellierato in teologia alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale e la licenza e il dottorato alla facoltà di diritto canonico alla Pontificia università gregoriana. Viene ordinato sacerdote il 9-06-1990 per mano di S.E. il card. Carlo Maria Martini. Il primo Ottobre 1994 viene aggregato alla nostra comunità parrocchiale come vicario parrocchiale. Nel 2006, come già ricordato, gli viene conferito il titolo di Monsignore.
Monsignor Marino Mosconi Cancelliere (a dx). Dal canale YouTube “Chiesa di Milano“
Veniamo a oggi
A maggio 2024 viene nominato Arciprete del Duomo di Monza (a valere dalla data del 6 settembre 2024) e se ne dà annuncio con una lettera di monsignor Michele Elli, vicario episcopale di zona, che è stata letta ai fedeli al termine delle funzioni religiose di sabato 1 e domenica 2 giugno; nel mese di settembre prenderà ufficialmente il posto di monsignor Silvano Provasi e il 20 ottobre al pomeriggio, verrà celebrata la Messa solenne d’ingresso ufficiale in Duomo. Ora, quindi, la sua vocazione al sacerdozio, come prete diocesano, gli impone un cambio di direzione (lascerà la Cancelleria mantenendo gli studi) e di compiti, una nuova obbedienza, nuove responsabilità da assumere.
Chi ha figli che si sposano ed escono di casa per seguire la loro vocazione nel matrimonio può ben percepire i sentimenti che albergano nei cuori trepidanti dei genitori. Sono molto simili ai sentimenti che vivono oggi i parrocchiani del GBP. C’è un senso di gioia perché i figli, diventati grandi, (e lui è un grandissimo) intraprendono la loro strada di adulti, ma anche di mancanza, di un vuoto lasciato da chi esce di casa.
Ecco, oggi, insieme a questo passo che la sua vocazione gli richiede come obbedienza al suo Vescovo, per il maturare del suo cammino cristiano e umano, insieme a questo “strappo” che noi sentiamo per la sua partenza verso il Duomo di Monza e la nuova esperienza di Arciprete che lo attende, c’è anche la nostra affettuosa trepidazione per il suo futuro. Naturale, umana. Ma la fede in Gesù che tutti ci sostiene e la fiducia che la sua nuova comunità saprà accoglierlo e sostenerlo (forse anche meglio di quanto abbiamo saputo fare noi), ci rendono sereni.
Buona vita carissimo Mons. Marino!
Ci rivediamo tutti il 20 settembre, quando sarai al GBP per la messa di San Matteo, in cui potremo abbracciarti e salutarti. Ti auguriamo un abbandono totale e senza riserve alla volontà di Dio, unica speranza. E, da buon tralcio, un attaccamento incondizionato alla Vite, (sostenuto da tutti i viticci che Gesù non ti farà mancare), in modo da portare molto frutto. Non perdiamoci di vista!
Il santo protettore della Fraternità di Comunione e Liberazione
La nascita di un’idea
Stiamo attraversando un cambiamento d’epoca, come accadde a San Benedetto da Norcia, con tutte le difficoltà, le angosce e le nuove prospettive che questo comporta. Agli inizi di Giugno, dopo gli Esercizi di Rimini e il memorabile intervento di Davide Prosperi all’Assemblea dei Centri Culturali ho pensato che non potevo più attendere ad esprimere il mio ringraziamento a lui e alla Fraternità per i passi che stiamo facendo con la sua guida.
Quale modo migliore per esprimere questo desiderio in modo personale e, se non artistico, almeno artigianale, con uno dei miei sbalzi? Magari raffigurante proprio San Benedetto da Norcia, il santo protettore della Fraternità di Comunione e Liberazione.
L’anno scorso c’era già stato il precedente del regalo dell’Icona con la scena della “Presentazione al tempio” fatto a Padre Lepori per ringraziarlo degli Esercizi del 2022-2023.
Una figura poco raffigurata
Mi metto a cercare in Internet qualche immagine di dipinti o affreschi che rappresentassero il santo. Strano!. Non ci crederete, ma non ho trovato molto e poche immagini mi sembravano belle e convincenti. Un paio di affreschi medievali soprattutto e due tavole: una di Mantegna e una di Daddi. Nell’archivio di bozzetti di mio papà Ettore, nulla… e inoltre volevo fare qualcosa di più originale. Farò dunque una sintesi di quelli più convincenti. Quindi parto innanzitutto dall’affresco e lo ridisegno apportando alcune modifiche (la mano destra, per esempio da dove sbuca? E il libro della Regola che diavolo di prospettiva ha?).
L’affresco prescelto come modello
Scoperte en passant
Cercando qua e là trovo sul sito www.acistampa.com anche un’interessante medaglia simbolica di san Benedetto, con degli acronimi che non conoscevo, e che metto qui: fanno pensare, no? Non lo sapevate? Sapevatelo!
La medaglia di San Benedetto, con tutti i suoi acronimi
Allora si inizia
Ridisegno al tratto il mio san Benedetto, lo scannerizzo e lo inquadro in Illustrator in una architettura dal sapore medievale. Lo stampo nella misura desiderata e lo applico su una lastra tipografica di alluminio (di recupero, contro lo spreco come al solito e opportunamente ripulita).
Il disegno applicato alla lastra
Con i miei attrezzi da toreuta (Punte di biro e bastoncini di bambù opportunamente modellati) inizio a sbalzare e cesellare sul fronte e sul retro la figura.
Prima “incisione” dello sbalzo da cesellare fronte e retroA metà dell’opra
Sbalzo terminato in una giornata
Ed ecco allora lo sbalzo terminato, ancora da piegare e sagomare sul supporto di legno compensato dopo aver tagliato le parti di lastra in sovrappiù negli angoli.
Sbalzo terminato, da rifinire
Fatta questa operazione di taglio, riempimento con colla di montaggio e Attack per fissare sul retro le alette, lo sbalzo mi si presenta, come al solito bello lucido ma dall’effetto un po’ “piatto”.
Sbalzo montato sul supporto ligneo
Lo renderò più “anticato” e definito con la stesura della mia mistura nera da brunitura. Poi ripulisco l’aureola dalla tintura.
Lo sbalzo terminato e brunito, con l’aureola ripulita, pronto da dorare
Dorare, please!
Questa volta faccio un’operazione mai fatta da me in precedenza su questo genere di Icone: dorerò l’aureola con la foglia d’oro: stendo una mano di “missione” Divolo per fare aderire la foglia. L’attesa è di tre ore prima di poter dorare. (La parola “missione” mi colpisce ogni volta, …ok, è una vernice che serve per mettere la foglia d’oro, ma quanti altri significati molto più pregnanti ha, visto che qui si parla di un’Icona?)
La missione a vernice Divolo e le foglie d’oro da applicare all’aureola
Dopo, passo sopra tutto una mano di vernice Macota per fissare il risultato. (Purtroppo gli imprevisti con la doratura sono sempre dietro l’angolo, così dovrò riprendere, con lo stesso metodo, alla fine un segno che salta fuori sulla destra dell’aureola. Però, dài, l’effetto non è male. Potrei anche fermarmi qui. No?
L’icona brunita e con la doratura dell’aureola eseguita
Invece vado avanti
Decido di smaltare. Ma anche qui incontro dei problemi legati all’età degli smalti (un anno, mica secoli…), che evidentemente si asciugano un po’ nelle boccette. E non è che costino pochissimo… La cosa richiede quindi attenzione particolare. Faccio una prima stesura poi casomai andrò avanti. Col nero valorizzo alcuni dettagli della figura per dare ulteriore profondità.
Prima mano di smalti
Non mi basta e quindi passo la seconda mano
Seconda mano di smalti
Poi faccio una cosa di cui mi pento: passo una seconda mano di Macota per proteggere l’icona. Peccato che sul turchese faccia una reazione strana, raggrinzendo un po’ lo smalto. Mai fatto in vita sua. Sono gli imprevisti del mestiere. Non si può tornare indietro. Non c’è control Z o Undo. Le cose fatte a mano non perdonano…
Incorniciato
Incornicio l’Icona di san Benedetto da Norcia e lo accompagno poi con un biglietto per Davide e la Fraternità. Grazie, Davide!
L’icona finita, montata nella sua cornice e il fondo di velluto scuro
Un Post Scriptum
Ho consegnato l’Icona a Davide alla fine dell’ultima Diaconia diocesana del 18-6-24. Lui mi ha ringraziato ricordando che “Questo è il secondo regalo che mi fai quest’anno!”, alludendo alla registrazione di don Giussani che gli avevo spedito un paio di mesi prima (audio del 1979, col racconto vivacissimo agli studenti di GS del suo primo incontro ufficiale a Roma con Papa Giovanni Paolo II), dai quali aveva tratto spunto, facendolo anche ascoltare, per alcuni interventi epocali, come quello all’Assemblea dell’Associazione Italiana Centri Culturali del 18-5-24, pubblicato poi col titolo: “Cultura: essere per Cristo”.
Allora gli ho detto: “Sì, ma quello era un regalo “usato”, di seconda mano”. Perché già lo avevo inviato nel 2015, appena ritrovato sistemando degli armadi di casa, a don Julian Carròn e all’archivio del Movimento, (come gli avevo fatto presente quando gliel’ho fatto pervenire via mail per ispirazione “soprannaturale”). “Questo invece è inedito, solo per te, e attraverso te a tutta la Fraternità, per gratitudine al cammino che stiamo facendo insieme, con la tua guida”.
Considerazioni finali
Ho riincontrato Davide pochi giorni dopo, alla convivenza della Diaconia a La Thuile e mi aspettavo che mi dicesse se gli era piaciuto il regalo, come aveva reagito, insomma. Ero molto in dubbio se chiedergli qualcosa o no. Incrociatolo finalmente in fila a colazione gliel’ho chiesto e lui mi ha detto di sì, che gli era piaciuto tantissimo e, anzi, l’aveva appeso in ufficio in sede, e poi mi ha fatto i complimenti, volendo sapere come l’avevo fatto, ecc.
Leggendo l’altro giorno un passaggio degli Esercizi spirituali della Fraternità 2024 ho trovato questo testo a pagina 56: “… non è questione di misura, ma di compagnia e, ultimissimamente, di amore, cioè di abbandono di sé, di dono di sé. È meglio dire abbandono di sé perché chiarisce l’idea di dono; nel dono uno riserva sempre il diritto ad essere stimato perché ha dato, il diritto alla gratitudine, e questo fa perdere tutto; mentre nell’abbandono di sé, no, è puro. L’abbandono di sé: quanto più si ama tanto più uno abbandona sé stesso, afferma soltanto l’altro».109 Nel distacco della povertà si conosce e si ama. Nella povertà, dunque, non sei più attaccato alle cose, alle persone, per una tua sicurezza, ma solo in vista del loro destino, perciò del loro bene e della loro verità: «Quanto più si vuol bene, tanto più diventa lieve, leggero, libero il rapporto»,110 senza pretesa”. (109 e 110 da L. Giussani, Si può vivere così? p. 269 e 277).
Che dire? Touché! Quanta strada ho ancora da fare, no? Ma ogni passo, anche quello che dà la misura di un limite e di una meschinità, fa maturare un’esperienza e questo io desidero sopra tutto imparare: L’abbandono di sé, puro.
Il sottotitolo è: «Quando un lavoro parte “storto” è difficile raddrizzarlo». Ma poi ce la si fa. Tranquilli.
Questa volta racconto di un lavoro appena terminato: “La Madonna della tenda rossa“. (Nulla a che vedere con la tragica impresa di Umberto Nobile al Polo Nord). Si tratta del disegno 0206: una Madonna con Bambino e una tenda alle spalle che colorerò di rosso). Ma racconto soprattutto di come mi hanno messo duramente alla prova i molti imprevisti e il tanto filo da torcere nella fase di resinatura che ha richiesto una serie infinita di correzioni e tentativi falliti su tentativi quasi riusciti, ma sempre da migliorare. Sono stremato. È stata una vera odissea. Proprio non bisogna mai dare nulla per scontato, ogni intrapresa ha i suoi rischi e imprevisti, ma stavolta si è un po’ esagerato! (Si può dire …”Accidenti!”?)
Il disegno di partenza
Il perché e il percome. Tutti i retroscena
Questa icona nasce come idea regalo e ha già anche un tempo previsto per la consegna: Settembre 2024 (La data esatta del 20° anniversario del nostro rapporto “sanitario” sarebbe Novembre ’24, ma… anticipiamo la consegna). A tempo debito, cioè dopo la scadenza di fine Settembre, espliciterò meglio il come e il perché, …se lo scrivo ora mi sembra di spoilerare il finale col rischio di rovinare la sorpresa alla persona che casualmente dovesse leggere questo post. Quindi, cari curiosi, fidatevi e attendete l’aggiornamento di questa parte.
Decido il soggetto e realizzo il disegno
Pensavo tra me e me: “Mi ci metto subito, così, via il dente, via il dolore!” Pensando che oramai, con tutta l’esperienza acquisita con queste icone sarebbe stato un gioco da ragazzi terminare l’opera in 4 e quattr’otto. Tronfio sbruffone che non sono altro! Ma non anticipiamo nulla; al momento ero molto sicuro di me e basta. Sfoglio nell’archivio di papà e trovo la “Madonna con la tenda” alle spalle, la numero 0206 dell'”Archivio di disegni e schizzi preparatori” di Ettore Paganini, che con le opportune modifiche si adatterebbe benissimo alle dimensioni (interne) della cassaforma: 12,7×19 cm. Preparo quindi il disegno in Illustrator e, per la prima volta ne faccio anche una versione a specchio, in modo che, montato il foglio anche sul retro della lastra da sbalzo, sarò facilitato nel cesello dei particolari dal dietro.
Il disegno nelle due versioni fronte e retro
Lastra e disegni applicati per lo sbalzo
Prendo una lastra di alluminio (me ne restano poche, ohibò,… dovrò provvedere a procurarmene altre in qualche tipografia) e la pulisco con tutti i detersivi, la paglietta e gli abrasivi di cui dispongo per eliminare le timbrature e la vernicetta maledetta di cui è rivestita.
La lastra ripulita (sotto) a confronto con quella “cruda” e verniciata
Poi applico, fronte e retro i disegni della Madonnina 0206 e inizio lo sbalzo, suddividendo già i tratti da sbalzare dal dritto da quelli da fare dal rovescio.
Il disegno del fronte, fissato sulla lastra, pronta per lo sbalzo
Uno sbalzo veloce, e… va tutto per il meglio
Il lavoro inizia il 16 gennaio e, senza lavorarci con continuità, lo sbalzo è terminato il giorno 20. Mi ha rallentato un po’ la complessità della cornicetta a figure geometriche. Per il resto, fila tutto liscio. Durerà?
Lo sbalzo terminato, ancora da fissare sulla masonite e da patinare
Fine dello sbalzo, incollaggio e chiusura delle alette
Si procede rapidamente anche nelle consolidate (per esempio in opere come questa) fasi successive qui documentate
Il retro della lastra, riempito di colla di montaggio per fissare la lastra di masonite, con le alette già tagliate.Retro della formella. Le alette incollate sulla masonite. Poi verrà applicato il foglio di plastica dorata autoadesiva per chiudere e nobilitare anche il retro.Sbalzo terminato
Patinatura con riserva
Come sempre mi sembra che lo sbalzo abbia bisogno di una patinatura che accentui e dia volume al cesello trasformandolo con un aspetto finale di argento antico. (Qui un altro esempio di finta argentatura) Anche in questa icona riservo la zona delle aureole ripulendole con l’alcool isopropilico, in modo di sfruttare la lucentezza del metallo bianco che viene anche sfrisato con una punta per accentuarne i riflessi cangianti. E siamo arrivati rapidamente alle ore 18 del 21 gennaio. Tutto senza intoppi.
Sbalzo brunito con aureole pulite
Smaltatura in più fasi
Parto dunque a smaltare con i miei colori epossidici per vetro, iniziando dalla cornicetta geometrica che riempio di rosa trasparente e turchese opaco e quindi passo alle aureole che riempio di una miscela di giallo e arancio molto bella e luminosa. Poi do una prima stesura di rosso alla tenda e al blu del fondo. Prima mano.
Smalto da finire
Ma mi sembrano poco intensi sia il fondo che il rosso della tenda. Non ho mai il coraggio di fermarmi per tempo. Non era male la prima mano, ma proseguo con la seconda e aggiungo i brillantini rossi. Ecco il risultato
Smalto finito
Poi però aggiungo un’altra mano e alcuni particolari (occhi, ecc)
Smalto finito foto 2
Adesso viene il… brutto
Adesso viene il bello, si dice di solito, invece da qui partono i problemi grossi. E viene il BRUTTO. (Ma perché non mi fermo qui??? Asino che sono! Non andava già bene così? Bastava una passata di vernice protettiva ed era tutto finito in bellezza! Accidenti a me!). No, oramai quest’Icona doveva essere resinata e che faccio? Mi fermo? NO. Non sia mai!
Sperimentare è il mio mestiere
Uno normale potrebbe fare come ha sempre fatto, visto che finora gli è andata piuttosto bene. Ma. C’è un ma, anzi più di un semplice “ma”: 1)– La misura della formella l’ho calcolata più piccola di 3mm per lato rispetto a quella dell’interno della cassaforma siliconica in modo da poter ricoprire in un’unica colata fronte e lati dell’icona. Ma la cassaforma è mollissima, non ha alcun nerbo e sui lati lunghi si deforma, così viene contenuta da un castelletto esterno di legno compensato in dotazione. Però ho dovuto comunque fissarla con delle mollette al legno perché non si deformasse verso l’interno. 2)– Per preservare quindi il retro della formella appoggiata sul fondo della cassaforma dalle incursioni inopportune della resina liquida, decido di spalmarlo di gomma liquida. Nuovo fantastico acquisto da sperimentare. Così, penso, una volta rappresa sarà semplicissimo staccare le sbavature di resina non desiderate.
Lattice sul retro
Aggio comprato ‘na cassaforma…
Descrizione: la cassaforma di silicone è una cosa straordinaria perché su di essa la resina non attacca. Anzi non attacca proprio nulla sul silicone. Neanche la gomma. Avrei dovuto pensarci quando ho posizionato la formella sul fondo con l’impressione fantastica che aderisse proprio bene e che quindi non c’era bisogno di tenerla ferma in posizione. Primo gravissimo errore che ha innescato a catena tutti i successivi.
Infatti mescolo (col nuovo splendido attrezzo a elica di silicone) la resina (bicomponente iCrystal di Resin Pro), la colo nello stampo e attendo qualche secondo mentre buco con uno spillo alcune maledette bollicine che emergono e che vanno eliminate. Poiché le bollicine aumentano, decido che col phon le farò salire tutte, quelle maledette. Forse salgono le bolle, ma contemporaneamente girano …le balle. Sì, perché se parliamo di imprevisti e tanto filo da torcere iniziamo qui il lungo elenco: il calore fa salire in superficie tutto il lavoro, che inizia a galleggiare bellamente e fluttuare nella resina che nel frattempo inizia a reagire e rassodare. AAAAARRRGGGGGHHHHH!!!!! Che fare?
A galla nella cassaforma
Tento più volte di respingerla sul fondo, ma non c’è nulla da fare. Inoltre si sposta anche lateralmente e devo ricentrarla più volte con un bastoncino con lo spillo. Si sta rassodando!!! Un pasticcio!!! Alla fine demordo: cerco di posizionarla comunque in centro e poi la lascio galleggiare, anche se brillanti rossi e parti più sporgenti saltano fuori irrimediabilmente.
Resina insufficiente
Decido che, una volta indurita, farò una seconda colata supplettiva e per il retro spero che si possa staccare o che, se impossibile, sia comunque meglio di uno schifo.
Seconda colata, seconda porcata
Ovviamente comincio ad innervosirmi. Dopo una giornata, quando mi pare tutto rassodato, parto con la seconda colata di iCrystal. A proposito di imprevisti e tanto filo da torcere, eccoci al secondo tragico errore. Errore madornale. Al corso dicevano che occorrevano due, o meglio tre, giorni di intervallo tra una colata e l’altra. Ma la fretta di rimediare l’errore ne provoca uno peggiore, come nella parabola della pezza di rattoppo nuovo sul vestito vecchio. All’inizio sembra andar tutto benissimo. Il giorno dopo (il 26 gennaio) ho la sgraditissima sorpresa di notare che gli “otri vecchi se ne sono andati col vino nuovo”. Uno schifo inenarrabile. Che fare ora?
Disastro seconda resinaturaParticolare disastro seconda resinatura
La resina è un materiale vivo, difficile controllarla
Vabbé, bisogna rimediare. Allora decido che quando sarà tutto asciutto dopo un paio di giorni dovrò levigare tutta la superficie arrivando fin sotto i corrugamenti e sperare che basti lucidare. Se no… boh, vedrò al momento e deciderò che fare.
In realtà il 27 sera inizio a levigare. Scava scava, iniziando dalle grane più aggressive (340) arrivo fino alla satinatura della 1500. SOB! Dopo ore di levigatura il corrugamento non accenna a scomparire e, soprattutto, sembra che la resina nella parte centrale non abbia fatto una reazione completa e rimanga sempre diversa dal resto. Siamo ad un nuovo capitolo del volume “imprevisti e tanto filo da torcere”. Arrivato ad un certo punto della levigatura mi fermo per non arrivare alla colata sottostante e rimetto il tutto, avvolto in una micro-cassaforma aderente di nastro di carta nella cassaforma di silicone.
Si intravvede ancora il difetto sulla satinatura.Qui di nuovo, smerigliato, nella cassaforma di nastro adesivo.
Una sottile ricopertura, quasi una verniciatura di resina
In chat con Resin Pro mi dicono che è un problema di umidità. Boh. Allora decido di fare una ulteriore sottile colata di resina per coprire le magagne. Ma questa volta di “Liquidissima” di Resin Pro, perché il problema potrebbe anche essere di spessore e di tempi di reazione.
Ecco la colata leggera appena versata. 27-01-24. Speriamo bene…
Quello che si dice: una ciofeca
Ecco, appunto, una tragedia, una schifezza, una ciofeca. Stavolta, sempre della serie ” imprevisti e tanto filo da torcere”, la resina si rapprende male in modo diverso e creativo: comunque anche cambiando l’ordine dei fattori la schifezza non cambia… comincio a disperarmi, …non posso più fidarmi delle resine?
Qui, ahimé, si vede molto bene l’effetto ragnatela, screpolatura o terra riarsa dello straterello di resina.
Non ne esco vivo? Che fare?
Evidente che così non può andare. Siamo al terzo tentativo e il risultato peggiora. Stop alle resine e cerchiamo di salvare l’icona ri-levigando ancora intensamente e dando un mano di vernice protettiva Macota KZ100. Speriamo di ottenere un risultato accettabile, anche se la verniciatura non è uguale alla pura superficie levigata e lucidata di una resina venuta come Dio comanda.
Il 30-01 passo il Macota spray. Sembra decente, ma…Potrei tenerla così, no? Sarebbe finita. Ma non mi convince un certo effetto a buccia d’arancia della verniciatura. Poi c’è un pelucco e la superficie non è tutta lustra uguale. Cosa mi aspetta dietro l’angolo? Forse qualcosa della sezione ” imprevisti e tanto filo da torcere”?La formella vista di profilo col supporto da scrivania
Il troppo stroppia? Sì, ma se uno è un perfezionista che ci può fare?
Ce l’ho lì sulla scrivania e l’occhio mi cade sempre su quelle maledette piccole imperfezioni: basterebbe una piccola leggerissima levigatura con un abrasivo sottilissimo e avrei trovato la quadra. Niente da fare: mi lascio prendere la mano, rovino la vernice e alla fine devo ri-grattare tutto e abbastanza in profondità. E poi riverniciare. Ci risiamo; eccoci agli imprevisti e tanto filo da torcere di cui parlavamo prima.
7-2-24. Levigo e ri-vernicio. Ma si ricrea un altro effetto a buccia d’arancia peggiore del primo, anzi la vernice si mette a fare una quantità di bollicine che mai in passato aveva fatto…
Di male in peggio, dalla padella alla brace
Sono proprio un cretino, mi mangio le mani e mi prenderei a sberle. Ma oramai il danno è rifatto e devo insistere fino a che non ottengo qualcosa di accettabile. Se no devo buttare via la peraltro pregevole icona. Oramai è una sfida all’O.K. Corral. Thick as a brick.
Non mi dò pace e trascorre così una settimana senza prendere il coraggio di intervenire. Poi il 14-2-24 mi decido a ri-levigare per l’ennesima volta la superficie ripartendo dalle carte da 600 in su, in modo da eliminare anche una serie di bollicine e sporchini (che, ahimé, mi sembrava di saperlo perché oramai siamo nel mood ” imprevisti e tanto filo da torcere”, resteranno però imperterrite nella resina).
Poi ripasso il Macota per la terza volta. Viene abbastanza bene anche se non uniformemente lucido.
Si vedono bene i difetti a leggera buccia d’arancia della penultima verniciatura del 14-2-24
Allora il 15-2 taglio la testa al toro (che ringrazia per la fine gloriosa di un’epopea che è stata un macello e un bagno di sangue, peggio di una corrida) e do un’ulteriore ri-passata di Macota a riempire i difetti. Poi basta “imprevisti e tanto filo da torcere”, però!
Finalmente! Regalo a Settembre, caro il mio…
Spiace aver dovuto attraversare tutte queste traversie, ma alla fine tutto è bene ciò che finisce bene. Sicuramente ho imparato un sacco di nuove cose sulla resina e le casseforme di silicone. La colata deve andar bene al primo colpo se no sono casini inenarrabili e la cassaforma in silicone va usata solo se strettamente necessario e con la sicurezza (possibile?) di aver fissato bene la formella al fondo: ci lavoreremo.
Finita!!!!!!!
Aggiornamento
E consegnata felicemente il 18/9/24. E, a questo punto posso anche svelare l’arcano: il destinatario è il mio dentista di fiducia: “Grazie caro dottor Bonetti!”
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