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DiGiancarlo Paganini

Dov’è il colpevole?

Complottisti e dietrologi riavanzano i loro dubbi circa la natura e l’origine del maledetto Coronavirus: secondo loro è stato creato in laboratorio da una (o più) “potenza” cattiva e senza scrupoli. Confutati ovviamente da dati scientifici inoppugnabili circa la struttura del DNA del virus. E poi manca il movente, visto che tutto il mondo la sta pagando e la pagherà molto cara, quindi “Cui prodest?” A chi giova?

Al di là della boutade ricorrente trovo che l’ipotesi complottista sia molto affascinante. Mesi fa avevo anche io prestato orecchio a quella sirena. In realtà, il fascino ammaliante di questo genere di posizione è dovuto al moralismo perverso e pericoloso che la sottende: Dov’è il colpevole e chi è? Basta. Individuato il colpevole, noi-tutti-gli-altri-che-non-lo-siamo, siamo a posto e dalla parte giusta, non dobbiamo pagare nulla, dobbiamo chiedere giustizia e rimborsi e soprattutto non dobbiamo cambiare nulla. Comodo. E immorale.

Proprio il contrario di ciò che questa situazione richiede. O no? Il vero nemico, il vero colpevole pericoloso per la ricostruzione sarà proprio questo immobilismo moralista e giustizialista: al diavolo!!!

DiGiancarlo Paganini

Sensazione Bowling

“Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”. Brutta sensazione. Come i Soldati di Ungaretti, spiamo trepidanti dal TG il nemico che si avvicina facendo strage. Un nemico invisibile ha sfondato il fronte e imperversa con le armi biologiche all’interno delle nostre linee: falcidia i veterani, gli eroici combattenti della prima linea e ora anche delle retroguardie. Persino la popolazione civile innocente. Un nemico cieco ma letale.

Per essere meno drammatici, anche se pur sempre di guerra si tratta, mi è venuta in mente l’immagine del Bowling: …e noi siamo i birilli.

La natura sa essere malvagia e senza scrupoli. Si spera sempre che il tiratore sia un brocco e sbagli mira. Ma che magra consolazione sapere che se anche non beccasse te, becca qualcun altro! Non è che riesci proprio a gioire. Anzi. Che strazio!

E comunque la partita è lunga, logorantemente troppo lunga…
Che Dio ci conservi la fede, la speranza e la carità!

DiGiancarlo Paganini

CONSIDERAZIONI A MARGINE

In quarantena c’è più tempo per pensare. A volte lo spunto arriva da cose banali. Ma poiché in sottofondo oggi siamo tutti più sensibili e aperti alle dimensioni profonde della vita, grazie alla paura del coronavirus, perché non approfittarne per scavare nel senso di ciò che capita?

Un amico, durante una chat di gruppo con Zoom (grandissimo software, lo consiglio a tutti!) ha fatto una affermazione un po’ smozzicata, perché in chiusura meeting, che però mi ha molto interpellato e mi ha fatto pensare: “Sì, speriamo che finisca presto, ma per che cosa? Per tornare alla banalità di prima, alla situazione di prima?” Era una cosa più o meno così, riferita a spanne.

# Hashtag

Gira un hashtag che mi infastidisce ogni volta che lo vedo:
#celafaremo
E chi non ce la fa? Cosa gli dici? E soprattutto: a far cosa? A ritornare a come eravamo prima? È possibile? È auspicabile? Sarà tutto passato, come se nulla fosse accaduto? A chi muore (o a chi resta senza l’amico o il congiunto) puoi dirgli, come direbbero gli inglesi: “Vabbe’, è la dinamica di gregge, abituiamoci a perdere un po’ dei nostri cari”, “Qualcuno tra i deboli soccombe, gli altri no, i più forti e attrezzati. Selezione naturale”.

Tutto 0k! (zero killed)

Normale. Tutto bene. Tutto bene? L’ideale sarebbe dimenticare? Forse per chi questa tragedia l’ha solo sfiorato da lontano. Chi l’avrà vissuta impegnato pienamente, non potrà e soprattutto non vorrà dimenticare.
A.B. potrà dimenticare la sua esperienza di medico in ospedale e l’angoscia di chi si sente abbandonato e in balia del virus, senza amici e parenti, di fronte alla fine? B.N. potrà dimenticare tutte le carrettate (come nella peste di manzoniana memoria) di defunti da accompagnare al transito definitivo, impotenti, senza poter fare più nulla, e doverli poi metterli nudi nella bara perché non c’è più né tempo, né voglia, né possibilità di vestirli? M. M, se ne uscirà vivo, potrà e vorrà dimenticare? E D.M.M. e P.C. come si sentiranno ora, come potranno dimenticare la loro esperienza di malati col respiro che manca?

Memoria

Perché non vorranno dimenticare e non sarà più possibile tornare al “tran-tran” di prima, come se niente fosse accaduto?
Questa estate mi sono finalmente letto “Il cavallo rosso”  di Corti. L’epopea reale di un gruppo di giovani amici brianzoli spediti in guerra, chi in Africa, chi in Russia. Mille peripezie per tornare, ma solo alcuni di loro, (gli altri cadono in battaglia) però tornano a casa. La cosa più sconvolgente è la testimonianza che nella loro patria il rientro non sarà come se l’erano immaginato. Pochissimi capiranno, pochissimi comprenderanno cosa è loro veramente successo. Verranno quasi emarginati come corpo estraneo con quella loro vicenda “esagerata” e insopportabile ai più, che vogliono solo mettersi alle spalle la guerra, dimenticare i drammi e tornare a svagarsi. Anche Guareschi fa esattamente la stessa esperienza di estraniamento al rientro dalla prigionia. Quindi, non mi faccio soverchie illusioni al riguardo.

Invece ci sarà proprio bisogno di memoria. Perché l’Italia in primis e tutto il mondo non dovranno dimenticare tutto ciò che questa esperienza sta insegnando. Per ripartire e ricostruire. Una memoria attiva e fattiva, responsabilità di chi questa esperienza vorrà mettere a frutto. Di cosa si fa esperienza con questa circostanza? Perché è preziosa? Cosa io sto scoprendo?

Prima scoperta

La prima evidenza solare è la debolezza mortale, la paura, il terrore della morte, nostra e dei nostri cari, che ci accomuna tutti, a volte in modo irrazionale ma irrefrenabile. In cosa è eccezionale? Non è evidente? La morte è evidente, anche se facciamo di tutto, appunto, per nascondercela.
Ma la Paura, non è così evidente, normalmente è una cosa che condanniamo solo negli altri, quando la dimostrano: “sono dei cacasotto”. Pensiamo di farcela, noi. Invece. (Se avessimo lo stesso terrore verso la “trascuratezza dell’io”!) Ma…

Questa paura è una crepa salutare nella nostra corazza di distrazioni e superficialità. Ci mette a fuoco improvvisamente il problema: e ora? Cosa faccio? Sono un debole! Come uscirne? Cosa mi serve innanzitutto per vivere? (Ringrazio per le volte che mi è capitato di fare questa esperienza nella vita) È una sensazione e una domanda scomoda, ma una volta provata ha il suo fascino e si desidera andarci fino in fondo senza ricoprirla di “soluzioni concrete”, buonsensi, direttive, ottimismi a buon mercato, surrogati, palliativi, hashtag, parole d’ordine, canzoni dal balcone, croste che non tengono alla prova della ragione e dell’esperienza.

Un tesoro, allora? Calma, non accomodiamoci subito in definizioni pacificanti senza la ciccia dentro. Coprirebbero solo come un pannicello caldo e umido l’apertura, soffocandola nella muffa.

Sicuramente è una crepa, una ferita senza croste che tengano. Che non si rimargina, ma che, anzi, va tenuta aperta e pulita perché non si infetti. Non guarirà mai però. Come dice il Gius, citato nella lettera di Carron alla Fraternità: Questa è una vertigine, una posizione vertiginosa e anche dolorosa. Che però ci apre alla gratitudine per esserci miracolosamente, per poter godere della presenza del mondo e degli altri, una gratitudine al Creatore.

Seconda ri-scoperta

Ma se scopro che dipendo in tutto e che in ogni momento sono fatto: Io sono Tu che mi fai, allora, cosa c’entri Tu con me? Cosa vuoi da me, dalla mia esistenza? Perché mi fai? Cosa vuoi da me? Vuoi me? Perché? È soprattutto ricercare nella circostanza presente, nella quale Lui mi risponde e mi interpella, la mia vocazione, cioè quello che Dio vuole da me, il mio destino compiuto secondo la mia immagine più vera (arrivare a Lui, al Destino). E dire il mio a Lui che mi chiama. Aderendo alla circostanza reale.

Dio! Lui ci prende sul serio: il nostro sì, per Lui non è tanto per dire, è eterno. Non ci dimentica, mai. Ha un valore eterno. Per Lui vale solo il nostro “santo desiderio”. Basta quello, aperto e non infettato. Il no, invece, è disposto a dimenticarlo, era uno scherzo, dài! era uno sbaglio, era così tanto per dire, (tanto è incredibile ai suoi occhi). E’ disposto a farlo sparire, eliminare, come se non fosse mai stato detto e affermato.

Che gratitudine per la nostra compagnia guidata al Destino, che con misericordia, segno tangibile della Sua, ci richiama continuamente all’essenziale!

DiGiancarlo Paganini

ITALIA IN QUARANTENA

Condannati a una reclusione ai domiciliari, come mezza Italia. Fine pena, quando? E’ la domanda che sale dal cuore di tutti. Il problema è: a chi sale? A Chi sale?

Bastano hashtag, consigli, fake news, barzellette, canzoni alle finestre, flashmob per eliminare il pericolo? Esorcizzano e basta. Un po’ per dimenticare, per far ancora finta di niente o per farsi forza davanti all’angoscia. In tanti ci si fa forza. (…e ci si infetta pure). Ma basta?

Una malattia veramente insidiosa… e noi che pensavamo di essere al riparo da tutte le brutture, come se ci fosse dovuto! E’ un sorriso amaro quello di oggi. Oggi che ci raggiungono notizie di conoscenti morti e testimonianze di medici e infermieri spianati o comunque messi a durissima prova di fronte alle carrettate di defunti che ogni giorno devono accompagnare nel transito estremo, di fronte all’impotenza di non poter fare più nulla. Gente per cui si può solo balbettare, come ognuno sa e riesce, una preghiera di intercessione e conforto.

Riporto una bella frase di Vaclav Havel
(dissidente ed ex presidente della Cecoslovacchia, autore de “Il potere dei senza potere”):
” La speranza non è la stessa cosa dell’ottimismo.
Non si tratta della convinzione
che una cosa andrà a finir bene,
ma della certezza che quella cosa ha un senso,

indipendentemente da come andrà a finire.”
Teniamo viva la speranza*.

Se abbiamo una certezza solida nella vita. Ciao a tutti

*come dice in un suo bell’articolo il mio amico Maurizio Vitali